«Senza stabilità qualsiasi strategia economica rischia di apparire temporanea e poco credibile». È da questa convinzione che prende forma per Francesco Filini, membro della commissione Finanze della Camera per Fratelli d’Italia, la lettura della fase economica italiana tra vincoli europei, attuazione del PNRR e scelte di bilancio. Al centro resta il rapporto tra politica e mercati, la fiducia degli investitori, le priorità fiscali e il nodo del lavoro, in una fase in cui continuità e sostenibilità diventano condizioni decisive per la crescita.
Quanto conta oggi la stabilità politica per consentire una programmazione economica credibile, soprattutto in una fase di rallentamento della crescita e di transizione delle politiche fiscali europee?
«Storicamente l’Italia ha sofferto la fragilità di maggioranze troppo eterogenee, che hanno spesso impedito una programmazione economica efficace e di lungo periodo. Maggioranze più interessate a fare “cassa elettorale” con misure spot. Invece, in un contesto internazionale segnato da forte incertezza, la capacità di pianificare almeno nel medio periodo è ancora più importante. Un governo stabile garantisce continuità alle scelte di politica economica, rafforza il dialogo con le istituzioni europee e con i partner internazionali e offre a famiglie e imprese un quadro di riferimento prevedibile. In assenza di stabilità, qualsiasi strategia volta a contenere la spesa pubblica senza penalizzare la crescita rischia di apparire temporanea e quindi poco credibile. E la percezione di affidabilità di una Nazione, soprattutto per l’Italia, è un fattore determinante».
Dal suo osservatorio in Commissione Finanze, quali sono gli effetti economici più concreti che la stabilità politica ha già prodotto negli ultimi due anni, in termini di fiducia degli investitori, accesso al credito e comportamento delle imprese?
«Gli effetti più evidenti si sono sicuramente registrati sul piano della fiducia verso l’Italia. Lo spread ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2008, arrivando a circa 59 punti base: nell’arco di un anno il differenziale tra Btp e Bund si è praticamente dimezzato, con una riduzione di oltre 50 punti. Anche le principali agenzie di rating hanno riconosciuto questa maggiore affidabilità, migliorando il giudizio sull’Italia o confermando il loro outlook positivo. È chiaro che lo spread e i giudizi delle agenzie di rating, da soli, non esauriscono la valutazione complessiva di un’economia, ma rappresentano indicatori importanti della credibilità dell’Italia sui mercati finanziari. Questo clima di maggiore fiducia ha avuto effetti concreti anche sull’accesso al credito, soprattutto per le imprese, che hanno potuto pianificare investimenti con un orizzonte più stabile. In generale, si è ridotta quell’incertezza strutturale che per anni ha frenato le decisioni di medio-lungo periodo del nostro sistema produttivo».
Guardando al 2026, quali ritiene debbano essere le priorità economiche del Paese per consolidare la crescita senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici?
«La priorità deve essere una crescita solida e strutturale, non basata su bonus o spesa pubblica improduttiva, ma su investimenti e lavoro. Servono politiche capaci di sostenere il potere d’acquisto, incentivare l’occupazione stabile e accompagnare le imprese italiane – un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale – nei processi di innovazione e transizione. È la direzione che il Governo ha seguito sin dall’inizio del mandato. I dati stanno progressivamente confermando la bontà della nostra linea. Allo stesso tempo, è fondamentale proseguire con responsabilità sul fronte dei conti pubblici, riducendo gli sprechi e concentrando le risorse su interventi realmente efficaci, sostenibili e volti al miglioramento del nostro quadro economico».
Il PNRR entra in una fase decisiva di attuazione: quali sono, a suo avviso, i nodi ancora aperti sul fronte fiscale e finanziario e quali rischi intravede se il cronoprogramma dovesse rallentare?
«L’Italia è stata tra i Paesi dell’Unione Europea più rapidi nell’acquisire risorse e nel raggiungere i traguardi formali del PNRR. Il nostro piano nazionale di ripresa ha già superato numerose tappe fondamentali per sbloccare i pagamenti dall’Europa. In termini di liquidazione delle risorse, l’Italia ha ricevuto oltre €140 miliardi, pari a più del 70 % del totale, una quota ben al di sopra della media europea. Questo risultato riflette l’impegno della nostra nazione nel rispettare gli obiettivi concordati periodicamente con Bruxelles, permettendo così di incassare le tranche previste. La sfida ora è sicuramente trasferire questi fondi sul territorio e trasformarli in investimento reale e crescita».
La Legge di Bilancio si muove in uno spazio sempre più ristretto tra regole europee e esigenze interne. Qual è il suo giudizio sull’impostazione della manovra e su come bilancia sostegno all’economia e disciplina di bilancio?
«La manovra si colloca in un contesto economicamente complesso, ma l’impostazione è improntata al realismo e alla responsabilità. Le risorse disponibili sono concentrate su priorità concrete come il sostegno ai redditi, alle famiglie, al lavoro e alle imprese. Non si tratta di una legge di bilancio espansiva in senso tradizionale, ma di una manovra che privilegia la selettività degli interventi e la loro sostenibilità nel tempo, anche nel rispetto delle regole europee. È evidente che avremmo voluto fare di più, ma i vincoli attuali sono anche il risultato di scelte del passato che hanno appesantito i conti pubblici attraverso misure poco mirate e prive di una visione strutturale».
Il Milleproroghe continua a essere uno strumento centrale di gestione del tempo normativo. Dal punto di vista delle finanze pubbliche e delle imprese, è più una necessità tecnica o il sintomo di un sistema che fatica a rendere operative le riforme?
«Il ricorso al Milleproroghe va letto prima di tutto come una necessità tecnica in un sistema normativo complesso come quello italiano. Le riforme, soprattutto quelle che incidono su finanza pubblica e attività economiche, richiedono tempi di attuazione che spesso non coincidono con le scadenze fissate in origine. Allo stesso tempo, però, il nostro obiettivo di lungo periodo è quello di ridurre il ricorso a strumenti emergenziali, semplificando il quadro normativo e contenendo la burocrazia, così da rendere le riforme più rapide ed efficaci».
Sul fronte del lavoro, quali leve fiscali e contributive ritiene prioritarie nel 2026 per sostenere occupazione stabile, produttività e salari reali?
«Le leve fiscali e contributive prioritarie sono il taglio del cuneo fiscale, la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33%, il regime agevolato per rinnovi contrattuali, premi produttività, lavoro festivo e notturno e l’aumento della soglia a 35mila euro per i lavoratori dipendenti e in pensione per beneficiare della flat tax al 15% sui redditi da lavoro autonomo. Queste misure si inseriscono in un percorso già definito e avviato che ha prodotto un aumento dell’occupazione. Intendiamo proseguire con attenzione al mercato del lavoro per consolidare occupazione, produttività e potere d’acquisto delle famiglie».
In prospettiva, quale ruolo può giocare la Commissione Finanze nel rafforzare la coerenza tra politiche fiscali, crescita economica e obiettivi di medio periodo del Paese?
«La Commissione Finanze deve garantire un raccordo coerente tra politiche fiscali, crescita economica e obiettivi di medio periodo, assumendo un ruolo di indirizzo e coordinamento tecnico-politico. Attraverso valutazioni ex ante, monitoraggio continuo e audizioni con Governo, MEF e parti sociali può guidare scelte coerenti e basate su evidenze. Il nostro compito è assicurare che incentivi e misure di bilancio siano compatibili con la sostenibilità e con le priorità di crescita, preservando la credibilità finanziaria e massimizzando l’impatto delle riforme sul medio periodo».
