Se non ci fosse Trump, quella di Keir Starmer in Cina andrebbe derubricata come una missione economico-commerciale che il premier inglese fa in uno dei mercati di riferimento per la Gran Bretagna. Tre giorni tra Pechino e Shanghai, con 60 imprenditori al seguito, un’ora e mezza di colloquio con Xi Jinping e sul tavolo il rafforzamento dell’interscambio bilaterale che, nel 2025, è risultato pari a 105 miliardi di dollari. Un volume importante, ma nulla in confronto agli oltre 210 miliardi su cui poggiano le relazioni sino-tedesche. Il Regno Unito è il terzo partner in Europa per Pechino, dopo Germania e Paesi Bassi. Altrettanto lo è la Cina nel senso inverso, dopo Usa e sempre Germania.
I settori
Istruzione, sanità, finanza e servizi, ma anche ricerche congiunte nei più svariati ambiti quali Intelligenza Artificiale, bioscienze, nuove energie e tecnologie green. I dossier della missione sono questi. A una prima lettura, nulla di clamoroso. Starmer è andato a Pechino come già hanno fatto Giorgia Meloni nel 2024 ed Emmanuel Macron a inizio dicembre scorso. Friedrich Merz ha in agenda una missione simile per la fine di febbraio. Il problema è che c’è Trump. Con i suoi dazi ad alzo zero, i suoi sgambetti all’Europa e alla Nato e ancor più con l’intenzione di tener elevato il livello di allerta in tutto l’Indopacifico. Il rinominato Dipartimento della Guerra intende domare una volta per tutte il dragone. Si aspetta che i suoi partner locali, e Londra è una di queste, stiano al passo.
Vince chi è il più forte
Il presidente Usa ha scardinato il sistema globale impostato sul libero commercio, sulla concorrenza per quanto spregiudicata e saltuarie tensioni geopolitiche. Oggi questa globalizzazione rimasterizzata è impostata sullo scontro diretto. Vince chi è più forte. Il più debole deve farsi furbo, trovare strade alternative. Nelle relazioni commerciali e diplomatiche, all’“affare fatto” si arriva non più per compromesso, ma per sfinimento dell’avversario. Che carte ha un peso minimo quando sul ring c’è un avversario di stazza superiore alla sua? I bulli vanno a tappeto con escamotage. Calci e pugni non servono a nulla. Certo, le critiche che si rivolgono a Downing Street sono tutte di valore. La leader dell’opposizione, la tory Kemi Badenoch, ha detto che, se fosse premier, non le verrebbe mai in mente di parlare con i cinesi. Pechino non rispetta i diritti umani con la minoranza islamica degli Uiguri. Ha forzato la mano a Hong Kong, sempre meno enclave democratica e ormai integrata nel sistema comunista.
È l’avversario di punta non solo degli Usa, ma anche di Giappone, Corea del Sud e Australia (membro del Commonwealth, per inciso). E, cosa ancora più importante, è una fonte di spionaggio industriale e politico senza pari a Londra. La super Ambasciata in corso di apertura nella Capitale inglese sta facendo discutere. Dopo anni di trattative, proprio il governo Starmer ha dato l’ok per la riqualificazione della vecchia Royal Mint, la zecca reale britannica, vicino alla Torre di Londra. Il complesso di circa 2,3 ettari era già stato acquistato dalla Cina nel 2018 per circa 255 milioni di sterline. C’è chi teme che diventi l’avamposto di ascolto della guerra ibrida che Pechino combatte contro l’Occidente. Non ci vuole molta immaginazione per capirlo. Per le spie interessate alla finanza, la City è a poche centinaia di metri dalla sede diplomatica cinese. Per quelle più di taglio politico-strategico, c’è Westminster a 7 fermate di metropolitana.
Come biasimare Starmer
Come biasimare Starmer, però? La portata di miliardi che già transitano tra le due economie rende impensabile alzare dei muri come invece fanno gli Usa. Ammesso e non concesso che per questi sia la mossa giusta. Il saldo di quei 103 miliardi di dollari complessivi di scambi è di gran lunga in favore dei cinesi, che esportano su suolo britannico volumi per 70 miliardi di dollari. Trend schizzato in crescita dopo la Brexit. Guardando a ovest, Londra vede le nubi che si addensano su Washington. Nell’eventualità di altre e impreviste giravolte di Trump, è costretta a procedere senza il supporto degli amici yankee. Anzi, anche contrariamente alle loro volontà. Navigare necesse est.
