Stige, l’inchiesta flop di Gratteri: il sistema mediatico, l’innesco e lo tsunami. Tra ‘ndrangheta e patto mafia-politica, c’erano cento innocenti di troppo

Quella del 9 gennaio del 2018 non è un’alba qualunque. Il blitz dei carabinieri è in grande stile: centinaia di militari e gazzelle, elicotteri a sorvolare il Crotonese, soprattutto il Cirotano. Sono 169 i provvedimenti cautelari da eseguire, l’eco è devastante. Ci sono i Farao-Marincola di mezzo, aristocrazia mafiosa. La rappresentazione mediatica della nuova, imponente retata firmata dalla Procura antimafia di Catanzaro è però spiccia: i boss diventano comparse, gli addentellati internazionali un tassello quasi marginale, così un processo di mostrificazione spontaneo dei media travolge amministratori pubblici e imprenditori tra i più noti della Calabria. Anche il nome dell’operazione è suggestivo: «Stige», uno dei cinque fiumi dell’inferno, il confine tra i vivi e i morti, dove gli dei prestavano i loro giuramenti; per Dante, la palude limacciosa e ribollente che nel quinto cerchio punisce iracondi e accidiosi.

L’innesco, lo tsunami

In redazione ci si coordina, mentre i Tg nazionali rilanciano le note d’agenzia. La maxioperazione è nei titoli di Rai, Mediaset, Sky. In rete è ovunque, il sistema mediatico segue un meccanismo fisiologico consolidato. La polizia giudiziaria e l’autorità requirente diffondono un primo lancio stringato e asettico, con il numero delle misure eseguite, il territorio di riferimento, i reati contestati e fugaci spunti circostanziali: ‘ndrangheta, infiltrazioni nell’economia, negli enti locali e nella politica. Le agenzie di stampa rilanciano simultaneamente. Si sa ancora poco, ma quel che si sa è sufficiente per scatenare i media. Un tempo i giornali avrebbero confezionato edizioni che il giorno dopo, in edicola, sarebbero state vendute in decine di migliaia di copie; con l’avvento di internet e la moltiplicazione delle testate online, lo tsunami è invece immediato.

Il web che divampa

È il secondo comunicato, in prossimità della conferenza stampa convocata dagli inquirenti, quello più importante e articolato, ma il quadro delle personalità coinvolte e delle accuse a loro carico è già noto: i cronisti giudiziari più esperti sanno come acquisire la copia dei provvedimenti cautelari. La frenesia del web comprime il tempo a disposizione, la possibilità e la capacità di valutazione e discernimento: si prendono i nomi eccellenti, si ribattono le accuse, è impossibile spulciare centinaia di pagine in pochi minuti; molti ignorano perfino le motivazioni addotte dal gip.

Il codice narrativo falsamente garantista

In regia ci si organizza per la diretta: si apre con una sintesi, poi l’intervista al procuratore e agli ufficiali di polizia giudiziaria che hanno guidato le indagini. In sovrimpressione scorreranno le foto degli indagati: generali, colonnelli e soldati della ‘ndrangheta tradizionale finiti in manette non fanno notizia; fa più notizia un sindaco eletto coi voti della mafia che poi ha piegato la pubblica amministrazione ai desiderata dei clan. L’uso del condizionale rientra ormai in un codice narrativo falsamente garantista, obbligato e quindi ipocrita: “avrebbe”, “sarebbe” si traducono, nell’impatto sull’opinione pubblica, in “ha”, “sono”. Nicodemo Parilla, per esempio, medico, sindaco di Cirò Marina e presidente della Provincia di Crotone, avrebbe preso i voti della mafia, sarebbe un amministratore complice dei mafiosi: Parilla, quindi, “ha”, Parilla “è”. Pure Michele Laurenzano, sindaco di Strongoli, uguale. Così altri amministratori pubblici, imprenditori noti e meno noti.

I media suprema corte

Il sistema mediatico, in poche ore, diventa la Cassazione, la Procura il giudice di primo grado, il gip quello d’appello. Alle 13, quando vado in diretta, è già scritta una sentenza definitiva della quale è sufficiente fare una sintesi, corredata dalle foto a tutto schermo dei protagonisti. La ritualità impone di rammentare che esiste un Riesame, a cui seguirà certamente una Cassazione, poi un gup, un Tribunale, una Corte d’Appello e una Cassazione: rientra anche questo nel codice narrativo che incornicia la mostrificazione già avvenuta, alimentata esponenzialmente dai social.

L’acqua sporca e il bambino

L’evoluzione dei processi scaturiti dalla maxioperazione Stige svela le distorsioni di un sistema mediatico-giudiziario privo di equilibrio, privo di capacità di analisi e di sintesi. L’acqua sporca si getta via assieme al bambino. Stige colpisce un’associazione mafiosa poderosa, blasonata, parassitaria; contro di essa, dirà la Suprema Corte all’esito del primo filone avviato attraverso il rito abbreviato, un’istruttoria «monumentale»: insomma, i mafiosi c’erano, eccome, ed erano gran parte dei settantasei condannati in primo grado, ma vi furono anche trentasette assolti; trentasette assolti, già tanti. Anche nel troncone avviato con rito ordinario, in primo grado, vi sarà una pioggia di condanne, cinquantaquattro: vuol dire che gli inquirenti hanno fatto un gran lavoro, che l’associazione mafiosa esiste. Vi saranno pure, però, ventiquattro assolti; ventiquattro assolti, tanti.

Il finale quasi ignorato

In appello tutto si affina ulteriormente. E, clamorosamente, in appello, ad esempio, si scopre che né Parilla né Laurenzano, precedentemente condannati dal Tribunale di Crotone, erano mafiosi. Assoluzione sulla quale è la Cassazione a mettere il sigillo, smentendo così l’assunto accusatorio che nei loro confronti era stato sì formulato dalla Procura, ma anche convalidato da un gip, solo riqualificato dal Riesame e poi confermato dal collegio di primo grado. Altri politici, altri amministratori locali, altri colletti bianchi sono stati invece condannati definitivamente, perché i Farao-Marincola di gente a disposizione nei palazzi ne avevano, oltre ogni ragionevole dubbio. L’impeto di Stige, però, travolse anche chi non c’entrava con tutto questo, preventivamente condannato nel giorno di un arresto che, otto anni dopo, la storia dirà non doveva avvenire.