«Siamo a un momento cruciale: il futuro dell’Europa nello spazio si gioca adesso e noi vogliamo esserne protagonisti di primo piano». Queste parole, pronunciate al Salone di Le Bourget da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, riflettono un volontarismo necessario. Perché nei momenti di crisi, spesso sono la paura e la visione di breve periodo a guidare le scelte politiche. Eppure la Storia dimostra che investire nelle tecnologie del futuro rappresenta sempre la risposta migliore, sinonimo di crescita rafforzata.
In questa prospettiva, l’esplorazione spaziale rappresenta una sfida centrale: americani, cinesi e russi padroneggiano la materia. Quanto agli Europei, sono certamente leader nell’osservazione della Terra e nelle scienze, e autonomi nella navigazione e nei lanciatori. Ma ciò non basta per accedere al rango di vera potenza spaziale. Un fatto però è chiaro: l’esplorazione del sistema solare avverrà. Con o senza l’Europa.
Poter sedere al tavolo dei “potenti” rappresenta dunque una questione di indipendenza e, in altri termini, è nello spazio che oggi si definiscono i rapporti di forza economici e geostrategici di domani. L’esempio dell’esplorazione lunare è emblematico: per l’Europa disporre di un accesso robotico indipendente alla Luna è una questione strategica fondamentale. L’obiettivo non è “piantare una bandiera”, ma accedere a nuove conoscenze sull’origine e l’evoluzione del nostro satellite perché, se l’Uomo ha già camminato sul suolo lunare, il suo studio avanzato resta un cantiere aperto che offrirà un’enorme influenza a chi saprà coglierne le opportunità.
La Luna è anche, per lo spazio europeo, l’affermazione del suo ruolo nello sviluppo di vasti programmi di cooperazione, infatti l’economia spaziale è destinata a quadruplicarsi nel corso del prossimo decennio e, man mano che questo settore cresce, la spinta viene da nuovi attori non europei. In tali condizioni, l’Europa rischia di perdere quote di mercato e la capacità di formare campioni industriali in grado di competere con imprese straniere solide e innovative. Ricordiamo l’avvento di Internet venticinque anni fa: l’Europa avrebbe potuto giocare la sua carta, ma oggi i leader dei semiconduttori, del cloud computing e dell’intelligenza artificiale non sono europei.
Siamo all’alba di un’opportunità simile nello spazio: bisogna coglierla, altrimenti rischiamo di vedere le nostre industrie progressivamente assorbite da entità straniere o le nostre start-up costrette a cedere la propria proprietà intellettuale. Nessun ambito sfugge ai progressi scientifici resi possibili dall’esplorazione spaziale: agricoltura, medicina, robotica chirurgica, modellizzazione, rotte marittime, climatologia, prevenzione delle catastrofi naturali…l’Europa deve dunque rivedere al rialzo le proprie ambizioni, con ciascun Paese membro che accetti di alzare l’asticella in proporzione alla posta in gioco. Si tratta di un investimento, non di una spesa. L’obiettivo, infatti, è frenare la “fuga dei cervelli”, che non è altro che una dispersione del proprio futuro, offrire un orizzonte stimolante alle giovani generazioni in cerca di senso, e poter domani parlare da pari a pari con le altre potenze.
Nel rispetto dei propri valori, l’Europa deve consolidare l’expertise riconosciuta dei suoi industriali, far emergere nuovi attori, intensificare l’impegno del settore privato ed esplorare meccanismi di finanziamento innovativi, garantendo un reale ritorno per i contribuenti europei.
Durante la conferenza di Frascati, il ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha delineato la questione spaziale nelle sue tre dimensioni: leva di innovazione tecnologica, di crescita e di diplomazia. Un’analisi perfettamente pertinente, che oggi richiede azioni concrete attorno a un ambizioso programma di voli spaziali abitati. Sarebbe un messaggio straordinario che l’Europa invierebbe al resto del mondo e, allo stesso tempo, al proprio futuro.
