Taglio gas serra, Chicco Testa boccia l’accordo sulle emissioni: “Patetico, non c’è una strategia”

CHICCO TESTA

Il nuovo accordo raggiunto tra i ministri dell’Ambiente dell’Unione europea sul taglio dei gas serra non ha suscitato gli entusiasmi sperati. Anzi. Imprese e osservatori restano pessimisti sulle strade che l’Ue non riesce a prendere per rilanciare la sua industria. «Questo è un patetico tentativo di cercare una strada diversa al Green Deal che non funziona più». Chicco Testa, imprenditore e manager, è la voce più autorevole in Italia nel campo delle politiche di sostenibilità. Il suo giudizio sull’intesa raggiunta a Bruxelles è senza appello.

Cosa non va nelle politiche ambientali Ue?

«Il Green Deal è il collante ideologico dell’attuale maggioranza Ursula. Viene tenuto in piedi mediante una serie di curve ed escamotage che ne diluiscono gli obiettivi».

Nello specifico cos’è successo?

«Con questo accordo si rinvia l’applicazione dell’Ets di un anno (European union emissions trading system, il sistema europeo di scambio di quote di emissione, ndr). Però si mantiene l’obiettivo del 90%, che a sua volta si dice sarà flessibile. Insomma, parole che affogano la sostanza delle cose».

E la sostanza delle cose qual è?

«Che il Green Deal fa perdere di competitività all’Europa e che l’obiettivo della riduzione di CO2 del 90% al 2040 è irraggiungibile. Fermo restando che le emissioni europee non contano niente in quanto cubano il 6% di quelle mondiali. L’influenza che noi abbiamo sull’andamento delle CO2 è del tutto trascurabile».

Chi ci rimette a questo punto?

«La chiarezza. Senza una strategia chiara, si cerca di tenere insieme cose inconciliabili tra loro. Se vuoi rilanciare la competitività dell’industria europea, dovresti levare le tasse sul carbone come anche il Cbam, che è una complicazione burocratica senza senso».

A causa del Green Deal, molte imprese si sono sforzate a rispettare complesse norme ambientali. Con che obiettivo?

«Facciamo i conti. Con l’introduzione dell’Ets2, si hanno 20 centesimi in più sulla benzina, 10 centesimi in più su un metro cubo di gas. Poi c’è la riduzione delle quote gratuite, che vuol dire che acciaio, cemento, fertilizzanti, vetro e altre filiere energivore pagano tasse ancora maggiori sull’Ets, sul carbonio. Che senso ha tutto questo?».

Si dice che la Cina abbia definito il proprio modello di industria sostenibile. Il fine del Green Deal era proprio questo, no?

«Al netto che le politiche ambientali cinesi sarebbero da verificare, le nostre non ci hanno né permesso di conquistare leadership tecnologiche mondiali, né di guadagnare spazi di mercato. Anzi. I primi quattro produttori di batterie sono cinesi. Sempre la Cina ha il 90% del mercato dei pannelli solari, il 70% di quello delle pale eoliche, infine è incontrastata sulle auto elettriche. Peraltro, avendo chiuso tutte le miniere d’Europa, adesso abbiamo un gigantesco problema di materie prime».

Quindi qual è il nostro destino industriale?

«Bisogna invertire la rotta prima che sia troppo tardi. Quindi togliere tutti i balzelli inutili, quelli che Draghi chiama i dazi interni, creare un vero mercato unico e fare investimenti in due o tre settori determinati. Bisogna essere realistici e guardarsi intorno. Il mondo è fatto di cemento, acciaio, vetro e fibre plastiche. Punto».

L’economia circolare può essere una soluzione, o comunque contribuire a ricostruire l’industria europea?

«L’economia circolare può dare una mano. Noi non abbiamo materie prime, utilizzare i rifiuti o quelli che erano destinati a esserlo per mitigare il nostro fabbisogno di commodity diventa una necessità più che una scelta. A livello europeo, il tasso di circolarità (la quantità di materia immessa nel processo produttivo che deriva da attività di riciclaggio, ndr) è del 13%. In Italia è il 20% e siamo secondi solo all’Olanda. L’obiettivo europeo è di arrivare al 35%. Se ci riuscissimo, sarebbe già un grande risultato».

Siamo alla vigilia della Cop30. L’appuntamento è il prossimo 10 novembre a Belém, in Brasile. Come sono le aspettative?

«Francamente scarse. L’assenza degli Stati Uniti è già un problema. Inoltre, Bill Gates ha posto una domanda fondamentale. Come mai, dopo tutti questi anni di dibattiti e confronti, non abbiamo ottenuto alcun risultato? Cosa abbiamo sbagliato? Non è polemica, ma l’evidenza delle cose. Le emissioni nel mondo continuano ad aumentare. L’Iea dice che nei prossimi anni forse diminuiranno. Ma preferisco aspettare i consuntivi invece che commentare i preventivi».

Quindi perché abbiamo fallito?

«Il problema è che si dovrebbe ridurre la CO2 secondo criteri di efficienza. Facciamo politiche di riduzione dei gas serra in Europa, dove siamo già efficienti e quindi i costi di riduzione a tonnellata sono altissimi; nel frattempo, Africa e Asia hanno un bisogno tremendo di energia e continuano a utilizzare fonti a basso costo. Quindi combustibili fossili. È lì che dovremmo investire. Te la vedi però l’Europa, e lo stesso vale per gli Usa, che va a spendere mille miliardi in Nigeria per ridurre le emissioni? Un’utopia. Fin quando non si avrà chiaro questo paradosso, resteremo intrappolati nel nostro cul-de-sac».