L’Europa si accontenta di poco e così si convince di andare sulla giusta strada. Le previsioni economiche per l’autunno 2025, rese note ieri dalla Commissione Ue, prevedono una crescita nell’area euro per quest’anno al +1,3%, rispetto al +0,9% delle scorse previsioni, e un calo al +1,2% nel 2026, contro il +1,4% delle scorse previsioni. La stima è che poi il Pil risalga al +1,4% nel 2027. Per l’intera Ue a sua volta, si attende un +1,4% sia per quest’anno sia per il prossimo. Crescita moderata anche per l’Italia, sostenuta da investimenti pubblici e privati, ma frenata dal contesto esterno e dalla bassa produttività. Il Pnrr per noi è ancora un traino. Ma è prossimo all’esaurimento.
Cosa ci dicono questi numeri?
Che a Bruxelles dovrebbero correre come matti per far approvare dal parlamento il budget comunitario 2028-2024. Ancora a luglio, la Commissione ha presentato una bozza molto ambiziosa, che prevede una manovra settennale di quasi 2mila miliardi e che ricalca per molti aspetti la bussola di Draghi. Ma a Strasburgo se la prendono comoda e ipotizzano di chiudere il dossier per la fine del 2027. Così si concedono il lusso di litigare perché i settori finora più sostenuti dai finanziamenti Ue, agrifood e coesione, devono cedere il passo a quelli più attrattivi, difesa, ricerca, digitale e green. Uno sterile dibattito, questo, tra chi ha ricevuto tanto in passato – a questo punto senza trarne davvero vantaggio – e chi più che di un reale sostegno finanziario avrebbe bisogno di una semplificazione della macchina. Le filiere davvero competitive sono attrattive per gli investimenti. La loro esigenza è che si liberi la strada il più possibile per la ricezione delle risorse.
L’economia europea infatti arranca al confronto con Usa e Cina proprio a causa delle sue resistenze interne. Inutile nascondersi dietro la guerra russo-ucraina oppure i dazi di Trump. Ogni giorno che passa, c’è un settore e un prodotto che sono esentati da quelle tariffe che avrebbero dovuto sconvolgere il mondo. E che invece si stanno rivelando degli accordi commerciali rivolti appena al rialzo. Altrettanto è irricevibile dire che sia il confl itto a fare da ostacolo alla crescita. La guerra dura da quasi quattro anni. Abbiamo risolto la dipendenza dal gas russo. La difesa è assurta a filiera su cui investire come mai successo in passato. Ci si aspetterebbe che a Bruxelles si dicesse, invece, che la guerra e l’interesse a contenerla è proprio l’input per il futuro della nostra industria. La stessa consapevolezza dovrebbe indurci a trovare dei piani alternativi in fatto di commodity, digitali e reali, che Washington e Pechino ci forniscono concedendoci ben poco margine di negoziazione. Database e materie prime critiche sono beni cruciali per il raggiungimento di quella sovranità digitale e leadership manifatturiera che dovrebbero farci tornare competitivi.
Come si esce dallo stallo, quindi?
Difficile prevedere qualcosa di buono senza un intervento dall’interno. I problemi dell’Ue sono prima di tutto domestici. L’ultima scorrettezza della Germania ce lo conferma. Il governo Merz ha deciso di introdurre un prezzo politico a beneficio delle sue imprese energivore. Serve l’ok di Bruxelles, d’accordo, ma si tratta di concorrenza sleale che, in un momento di difficoltà per tutti, non aiuta nessuno. Forse nemmeno gli stessi tedeschi. Il budget presentato da Ursula von der Leyen dovrebbe risolvere tutti questi problemi? Sì, ma solo in teoria. Non indica infatti le strade di finanziamento dei 2mila miliardi calcolati. C’è l’opzione nuove tasse dirette Ue, che ha fatto infuriare le imprese. La decarbonizzazione impone ulteriori accise, generando irritazioni che andrebbero ad alimentare il sempre più crescente euroscetticismo. Altra proposta è quella di chiedere finanziamenti alle economie più forti. Con il rischio di un ritorno dei falchi e quindi nuove divisioni, dopo che Covid e guerra avevano in parte raffreddato la dialettica Frugali-Pigs. Terza soluzione, quella che tutti approvano ma solo a parole, è arrivare a un debito comunitario così come definito da Draghi, Letta e tanti altri leader di buon senso.
