Torino città avvilita, dal primato europeo dell’auto alla caserma Askatasuna: così la città ha condannato i suoi figli

Scontri a corteo Nazionale in solidarietà al Centro Sociale Askatasuna di Corso Regina 47 a Torino, sgomberato lo scorso Dicembre - Sabato, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Clashes at the National march in solidarity with the Askatasuna Social Center in Corso Regina 47, Turin, evicted last December - Saturday, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Non chiamiamoli terroristi, il terrorismo è altra cosa: ha sempre alle spalle un progetto rivoluzionario, giusto o sbagliato. Chiamiamoli solo violenti, pericolosi, per coesione e addestramento. Non chiamiamoli criminali, non sono criminali comuni: hanno una identità politica, anarchici e ultrasinistri, non comunisti per mancanza di studi. E non sono comunisti neppure i complici silenti (non pacifici, ma mandanti meno ardimentosi): i protagonisti della notte di Torino sono street fighting man professionali, combattenti di strada, si addestrano da vent’anni nella caserma Askatasuna, sono conosciuti e anche stimati da una certa Torino revanscista, anche borghese.

Ho letto con attenzione la Procuratrice Generale (coraggiosa e chiara), e ho pensato che a Torino la separazione delle carriere proteggerebbe una Procura attiva e lucida contro i violenti dagli ipocriti benpensanti nella magistratura e nell’Università. Ho letto altri pareri significativi – Volli, Esposito, Violante, non certo dei repressori reazionari – e ho sentito il ministro Piantedosi – accusato di propaganda – che ha come unica colpa aver elencato una serie di fatti molto scomodi per chi non vuole ascoltare la verità dei fatti. E mi sono fatto un’idea: spero che la politica reagisca con misura e convinzione, possibilmente con amplissima maggioranza, ma non ci credo, troppe rendite di posizione ideologiche dovrebbero essere messe in discussione.

Primo, la differenza tra manifestanti pacifici e infiltrati violenti: qualche volta è esistita, ma poco negli ultimi tempi e non a Torino questa volta. La manifestazione era di Askatasuna, per Askatasuna, per difendere e proteggere il diritto dei violenti. Infiltrati erano gli altri, le anime belle. I ragazzi erano, come sono stati negli ultimi anni, i loro soldati. Brutto mestiere al quale Torino ha condannato i suoi figli, anche universitari e borghesi, mandandoli ad addestrarsi nei cantieri della Tav e in decine di manifestazioni violente, che aspettano puntualmente quelli di Askatasuna.

Così è, e lo sanno tutti: il sindaco, l’Università che ha perso da tempo l’agibilità democratica, la sedicente sinistra. Ma io non sono un moralista ipocrita che addita e demonizza la violenza, non faccio prediche: penso che non ce la possiamo permettere, e che la forza oggi è e deve restare patrimonio dello Stato, a protezione dei deboli. Però mi chiedo, guardando indietro a qualche studio e all’esperienza: perché a Torino si è costruito un movimento violento paramilitare ed è cresciuto fino a diventare un punto di riferimento europeo, attrattivo perfino dei martellatori tedeschi (gli amici di Salis)?

Manca una difesa europea, un’economia e una giustizia europee, abbiamo una violenza sabauda-europea? Torino è una città avvilita, ridimensionata, ha perso il primato europeo dell’auto da tempo e sta perdendo le sue produzioni distintive. Non ha più i Savoia, ma neppure gli Agnelli, perché la borghesia non dovrebbe essere avvilita, e anche l’Università di eccellenza vede il pericolo di una retrocessione, a vantaggio di altri Atenei. Ecco la zona grigia, non la voglio buttare in caciara, ma quella che è stata la città di Togliatti pensa perfino: “Madamin, neppure la Juventus è quella di una volta”. Di eccellenza, ci restano la caserma Askatasuna e il Museo Egizio. Speriamo che non si corra dietro ai violenti limitando le libertà di tutti. Le manifestazioni rischiose basta proibirle, lo accetterei volentieri.