Trump detta il gioco, l’Europa si isola e paga un conto salato

President Donald Trump gestures after his special address during the 56th annual meeting of the World Economic Forum, WEF, in Davos, Switzerland, Wednesday, Jan. 21, 2026. (Gian Ehrenzeller/Keystone via AP)

Contrordine compagni: la guerra per la Groenlandia è finita prima di cominciare, Zelensky non è più l’amicone dell’Europa, ma il suo critico più feroce, la pace in Ucraina è possibile e ne discuteranno i dettagli territoriali in un trilaterale Usa, Ucraina e Russia. E l’Europa? Illusi, parolai, ideologici. Tagliati fuori. Il Presidente Usa (non scriverò mai Trump, perché ho capito che ci sono pregiudizi sul nome, neanche fosse Hitler o Mussolini) ha compiuto un blitz storico in Svizzera. Toni concilianti, ma contenuti ferrei. E – come spiega da giorni Il Riformista – sottrarsi all’accordo di pace per il Medio Oriente, alla fine suona come indiretta complicità con il vero “bullo” che imperversa da anni: l’Iran, guerrafondaio e sanguinario.

Con la suggestione groenlandese, gli Usa hanno spostato l’attenzione, ma a Davos si preparavano a celebrare la contemporanea duplice svolta di pace nel nuovo ordine mondiale. Troppo schierato, troppo evidente? Mi rendo conto che saranno tanti e faticosi i passi indietro da compiere, per quanti hanno maledetto da giorni il “Satana” a stelle e strisce, dunque rallento e concedo il tempo di prendere fiato. In queste settimane, ho sentito toni che mi hanno ricordato quelli che la sinistra europea e italiana usavano per la prima elezione di Ronald Reagan. Un attore, un pagliaccio, un fascista (ah, la memoria, dono e condanna per chi la coltiva!); poi salvò l’Occidente e l’economia mondiale perché, come ha ricordato quello di Davos, la deregulation negli Usa influenza inevitabilmente tutti noi. Lo spieghi Draghi – che mi sembra più in palla – alla inutile indignata Christine Lagarde. Per inciso, Reagan avviò la prima grande campagna contro il narcotraffico, colombiano e messicano. Imperialismo, colonialismo? Forse, certo che sentire queste accuse da Francia e Gran Bretagna fa ridere, o rabbrividire, se sei indiano o africano.

Ma torniamo al futuro e ai nostri rapporti inevitabili con “quel” Presidente Usa. Il suo comportamento è sempre uguale e dovrebbe essere ormai noto, a parte i toni diretti e incomprensibili per noi, ma non per tutti, perché la presidente Meloni naviga a vista abbastanza bene, senza urtare scogli. L’asticella iniziale è sempre molto alta, poi sotto si tratta. La strategia è semplice: con il tramonto della globalizzazione, si torna a lottare ferocemente per le materie prime, energia, terre rare, ma anche acqua e cibo (la famosa Groenlandia è ricchissima di pesce, meglio della farina di insetti orientale), e gli Usa pensano che il loro continente vada dall’Artico alla Terra del Fuoco. Con gli altri, si tratta: in Oriente, ci saranno Cina e India; in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita. L’Europa dovrà vedersela da sola con la Russia e guardare all’Egitto per cooperare in Nord Africa.

Difficile? Moltissimo, per chi ha assunto come bussola l’ideologia; per gli altri, solo faticoso. Però consiglio di riflettere su quell’esempio fatto a Davos a proposito delle pale eoliche costruite dai cinesi con grandissimo inquinamento e vendute a noi babbioni, guardandosi bene da usarle a Pechino. Uscirà un bel libro di Francesco Vecchi a questo proposito, intitolato Il peso della Terra. Leggete e riflettiamo, oppure continuiamo ad inveire contro un Presidente e un alleato che non possiamo cancellare: Storia e Destino.