Trump e il conto alla rovescia per il fine guerra: il negoziato non era un’opzione

Se uno dei regimi più oscurantisti e sanguinari del pianeta viene decapitato, prima esulto e poi mi chiedo se il diritto internazionale è in crisi. Ora, da Sant’Agostino a San Tommaso, da Hugo Grotius a Michael Walzer, esiste una teoria della guerra giusta che si fonda su tre condizioni. Occorre un disastro annunciato: l’Iran degli ayatollah ripete da quarantasette anni che il suo arsenale di missili e di testate nucleari è rivolto a cancellare Israele dalla faccia della Terra.

Occorre che tutti gli altri mezzi, in particolare quelli diplomatici, siano stati sperimentati: l’Amministrazione americana lo ha fatto per tutte le settimane precedenti i bombardamenti di sabato e gli ayatollah hanno ripetuto, ancora domenica, che per loro il negoziato non era un’opzione. Una guerra è giusta, infine, quando il male che causerà (i suoi danni collaterali) sarà inferiore a quello che avrà impedito (la distruzione programmata di un Paese, attacchi devastanti contro altri Paesi vicini e, naturalmente, i massacri di civili iraniani pronti a ripetersi).

Secondo tutti questi criteri, la guerra di Trump in Iran è giusta. Beninteso, si può pensare che egli stia facendo un grande torto alla democrazia americana. Ma, come ha osservato Bernard-Henri Lévy,si deve gioire di questa astuzia della ragione che fa di lui, apparentemente, lo strumento di un possibile cambio di regime in Iran” (“La Règle du jeu”, 8 marzo 2026). La questione, però, è sapere se andrà fino in fondo e se ci sarà davvero un cambio di regime. Le sue dichiarazioni, su questo punto, sono contraddittorie. A volte parla di rovesciamento del regime. Altre volte si dice pronto al compromesso con i suoi esponenti “moderati”. Ma la nomina del figlio di Ali Khamenei rafforza l’asse tra clero conservatore e Guardie rivoluzionarie. Una scelta che complica fortemente l’ipotesi di un accomodamento con l’élite iraniana in “stile Venezuela”.

Resta la questione del diritto internazionale. Viene spesso brandita da coloro che la carneficina a sangue freddo, in due giorni, di trentamila iraniani disarmati ha lasciato indifferenti, ma che si commuovono improvvisamente nel vederlo calpestato. Certo, sarebbe stato preferibile appoggiarsi a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma lo si è fatto, nel 1999, in Kosovo? In Siria, nel 2018, durante i bombardamenti congiunti franco-britannici? In Afghanistan, nel 2001? In Mali, nel 2013? Tutti sapevano che un veto lo avrebbe impedito. E tutti sanno che si è dovuto fare sempre affidamento su altri princìpi politico-umanitari. Di fronte a Nazioni (dis)Unite incapaci di farli rispettare, bisogna appoggiarsi alla legittimità che nasce dall’esperienza storica per salvare i popoli oppressi da tirannidi spietate. Non si oppone un diritto fallato a una vita minacciata.