Vi ricordate la teoria dell’isolazionismo americano? Quella secondo cui Donald Trump avrebbe rinchiuso l’America dentro i suoi confini, ignorando e abbandonando quel ruolo di “arbitro del mondo” e di super potenza – come lo immaginava già negli anni ‘30 Carl Schmitt – per occuparsi solo dei propri affari interni.
Un’interpretazione che si è fondata su un pregiudizio ampiamente diffuso tra interpreti e osservatori, che vedevano nel ritorno di Trump alla Casa Bianca il segno tangibile della fine del “secolo americano” e con esso il relativo abbandono di ogni ambizione esterna. Previsione pienamente errata, da segnare non con la matita rossa, ma con quella blu, perché se da un lato The Donald non è l’uomo che potrebbe immaginare sé stesso come il Presidente che ha liquidato l’impero americano, dall’altro è tradizione consolidata che ciò che la Casa Bianca ritiene questione di sicurezza nazionale rientra in quegli affari interni di cui gli Stati Uniti di Trump intendono occuparsi.
Ma l’errore più grave è stato quello di leggere il richiamo alla Dottrina Monroe in tono passivo, decadente e non come i fatti stanno dimostrando in chiaro accento acuto, in cui gli Stati Uniti si rafforzano nel loro continente recidendo ogni tentacolo dei loro avversari sullo scacchiere internazionale. La piovra non è presente solo in Medio Oriente. Del resto, l’attacco a Caracas non è altro che l’innesco di una miccia che ha lo scopo di produrre un effetto domino in cui l’America di Trump afferma la sua supremazia globale e lo fa eliminando le minacce più prossime. Perché nella dottrina di Washington non può più esserci alcuna tolleranza verso Paesi dell’America Latina non allineati alla politica di Washington.
Non è una novità frutto del trumpismo, ma la visione tradizionale che gli Stati Uniti hanno affermato con modalità diverse e dovute alle varie fasi storiche nel continente americano dai tempi di Monroe, passando per Theodore Roosevelt, Eisenhower, Kennedy, fino a Nixon e Kissinger, che in Sud America hanno costruito e disfatto governi in nome di quella sicurezza nazionale che invoca oggi The Donald. La differenza – per usare un termine caro allo scrittore americano J. D. “Jerry” Salinger – sta sul piano “dell’ipocrisia” che, tradotto in politichese, vuol dire la creazione di modalità e giustificazioni pubbliche per poi procedere all’azione. Il trumpismo è imprevedibile, certo, perché lo è Trump, ma non nasconde i suoi obiettivi; anzi, li punta, li ammonisce e li lascia immersi in uno stato di suspense degna del miglior Alfred Hitchcock. Così è stato per Caracas assediata da agosto, così sarà per L’Avana e poi per Teheran.
Il mondo è cambiato, le regole sono saltate e anche l’impero americano per sopravvivere deve agire di conseguenza. Il primo passo – e forse quello più disarmante per gli avversari – sta nell’aver dimostrato la propria superiorità militare. Perché oggi quello che conta è la forza militare, e anche l’economia passa in secondo piano: può sembrarci ancora strano, ma è così. Con l’attacco, la cattura di Maduro e la sua carcerazione negli Stati Uniti, l’enunciato non necessita di alcuna interpretazione, e recita così: “Siamo superiori e lo abbiamo dimostrato al mondo intero”. Mentre il duo sino-russo non è in grado di proteggere i suoi alleati. Come accadde già nell’attacco all’Iran, anche in questa occasione tanto Mosca quanto Pechino sono rimasti a guardare. Come Grenada per Reagan dopo il Vietnam, questa è la vittoria psicologica di cui l’America di Trump aveva bisogno per rilanciare lo spirito di un popolo che si concepisce vittorioso.
