C’era una volta in America. C’era tantissimo, in America. Libertà e comunanza di valori, alleanza militare e interessi economici. C’era, soprattutto, l’indirizzo del futuro: ciò che accade lì, lo sapevamo tutti, presto attraverserà l’oceano e arriverà fino a noi. Dal boogie woogie del dopoguerra alle tecnologie del boom, passando per il ’68 e la riscossa degli anni ‘80, fino a trovarsi uniti nella “fine della Storia” del 1989, nella lotta al terrorismo islamico, nel fermare Putin che aggredisce l’Ucraina.
C’era troppo, in America, per tirare una riga dopo un solo anno in cui la musica è cambiata. Così, mentre Donald Trump rovesciava i cardini stessi del mondo occidentale, i leader europei cercavano di tenere ferma la barra al posto suo. Ognuno con il suo stile, certo, fra il silenzio dei prudenti e la verve dei volenterosi, i messaggini privati di Rutte e la furia pubblica di Macron per la Francia più volte offesa. Ma tutti contribuivano, nonostante il fardello degli stop and go sull’Ucraina e i diktat sul Medio Oriente. L’Unione, in questo lunghissimo anno, ha incassato anche un nuovo impulso a farsi soggetto politico, in un’idea inedita di Occidente multipolare. Più di Bruxelles, di Mario Draghi o del premier canadese Carney, ha potuto il picconatore mondiale Donald Trump.
Ma ormai qualcosa ha rotto ogni argine. Lo dimostra la diversa postura del governo italiano. Sin dagli albori trumpiani, Roma era stata il riferimento europeo più solido. Con riconosciuta abilità, Giorgia Meloni non ha mai incrinato la lealtà europea e verso Kyiv, ma sempre con un occhio privilegiato a Washington, più volte da lei riconfermato come il perno di un’alleanza atlantica viva a vegeta. La stessa Meloni, in due settimane, ha pronunciato ben quattro “no”. Li ha modulati da par suo, ma comunque ha declinato l’offerta del Board of Peace per Gaza, ha fatto muro sulla Groenlandia, non è andata a Davos alla festa di Trump, ha respinto ogni allusione al presunto scarso impegno europeo in Afghanistan.
E ora ci sono i fatti drammatici di Minneapolis. Uno spartiacque anche morale. Si può anche considerare morto l’equilibrio di Yalta, si può archiviare il diritto internazionale, si può sperare che gli scossoni di Trump portino alla pace in Palestina e Ucraina. Si può persino augurargli il tanto bramato Nobel. Ma se diventa lecito sparare per strada a chi dissente, sorge una domanda che viene prima anche del calcolo politico: per quali ideali abbiamo costruito l’Europa, abbiamo ingoiato crisi, guerre e sconfitte, abbiamo proclamato la libertà come valore inderogabile, se poi il nostro principale alleato internazionale si comporta come l’Iran?
L’America che faceva ballare il mondo a suon di jazz, di diritti e di sogni non esiste più. D’accordo. Ma la deriva narcisista e autoritaria del suo presidente ormai ha convinto i suoi ex alleati che tocca diventare grandi. Costerà molto, ma sempre meno che diventare colonie di un faro spento.
