Trump minaccia le armi contro la Nigeria. Perché colpire Abuja sarebbe un errore geopolitico

FILE - Nigerian President Bola Tinubu listens to French President Emmanuel Macron during a statement as part of his two-day state visit to France, Thursday, Nov. 28, 2024 at the Elysee Palace in Paris. (Sarah Meyssonnier/Pool Photo via AP, File)

L’ultima bizzarria nel rapporto di Trump con l’Africa riguarda la Nigeria. Pressato dagli ambienti religiosi dalla destra conservatrice negli Stati Uniti, che da tempo lamentano l’eccessivo numero di cristiani assassinati nel più popoloso Paese africano (oltre 230 milioni di abitanti), ed una persecuzione ai loro danni, il Presidente americano è giunto a minacciare il ricorso alle armi contro il governo di Abuja per risolvere la questione.

Trump minaccia le armi contro la Nigeria

Con i toni sbrigativi che lo distinguono, Trump ritiene di poter risolvere con l’uso delle armi problemi africani atavici, complessi e fra loro strettamente intrecciati che riguardano non solo le relazioni fra le due maggiori religioni in Nigeria, cristiana e musulmana; ma anche quelli fra centinaia di etnie locali; fra pastori itineranti e agricoltori sedentari; fra i 37 Stati federati che compongono il Paese, e quindi fra spinte accentratrici e federaliste; fra élites ultra-ricche e masse di giovani poveri e senza prospettive; fra terroristi, criminali comuni, banditi e contrabbandieri, e via seguitando.

La risposta del Presidente

Il Presidente nigeriano Tinubu, che fra l’altro ha studiato negli Stati Uniti ed è sostanzialmente fedele a ciò che resta dell’Occidente, ha risposto in maniera composta che la Nigeria è per la sua stessa Costituzione uno Stato multiconfessionale, dove, a causa delle complessità prima citate, non solo muoiono troppi cristiani, ma muore in genere troppa gente, di ogni fede e religione, fra cui anche tanti musulmani. Egli si è detto disposto a recarsi a Washington quanto prima per spiegare di persona al Capo di Stato americano la situazione socio-politica del suo Paese, al di là delle facili strumentalizzazioni.

I problemi

Secondo l’Observatory for Religious Freedom in Africa (ORFA) dal 2019 al 2023 sono deceduti circa 31.000 civili in scontri fra etnie, bande criminali o opposte fazioni, fra cui circa 16.500 cristiani e 6.200 musulmani, ma raramente tali vittime si possono ascrivere a motivi di ordine strettamente religioso. Le zone più fragili della Nigeria si trovano peraltro nel suo settentrione, a larga maggioranza musulmana, come intorno al lago Ciad, dove la reale causa degli attriti fra clan è l’estrema povertà dell’area dopo il progressivo ritiro delle sue acque per la siccità (da 25.000 km quadrati negli anni ’60, a 2.500 km quadrati oggi), e la conseguente perdita di attività economiche come la pesca e l’agricoltura. Certamente gli Usa possono far male al loro più tradizionale alleato nel West Africa, ma con le restrizioni commerciali ed economiche, più che con le improbabili armate di marines. Attualmente l’import/export fra Abuja e Washington si colloca sui 10 miliardi di dollari: cioè quasi nulla per l’economia americana (che importa gas e petrolio), ma molto rilevante per la Nigeria, la quale non può più avvalersi delle opportunità commerciali offerte dall’African Growth and Opportunity Act statunitense, non rinnovato lo scorso settembre dal Congresso, e di cui è improbabile una futura proroga.

L’errore geopolitico

Colpire Abuja non sarebbe una grande idea dal punto di vista geopolitico: Tinubu, oltre che essere amico dell’Occidente, è il Presidente in esercizio della Comunità degli Stati del West Africa (ECOWAS), su cui esercita una notevole influenza. Egli si è sempre opposto ai colpi di Stato militari in Niger, Mali e Burkina Faso e ai legami sempre più intensi di quei governi golpisti con la Russia e l’esercito nigeriano è comunque un argine al terrorismo di Boko Haram, JNIM e ISGS. Da parte degli USA, intervenire militarmente senza chiari obiettivi significherebbe semplicemente aprire ancora più spazi alle iniziative regionali e agli sfruttamenti minerari di Cina, Paesi del Golfo, Turchia e della stessa Russia, rendendo ancora più instabile e vulnerabile alle formazioni terroriste il più grande Stato dell’Africa Occidentale.

La politica africana incoerente e contraddittoria

D’altronde, dall’inizio del secondo mandato di Trump, la politica americana nel Continente africano appare incoerente e contraddittoria, e più orientata agli annunci propagandistici, che alla sostanza delle situazioni sul campo: ciò vale per le tensioni fra Etiopia ed Egitto; per quelle fra RDC e Rwanda; per la chiusura repentina dell’Agenzia di cooperazione USAID; per l’imposizione di dazi proibitivi a numerosi Paesi; per il mancato rinnovo del citato trattato AGOA; e per il prolungato disinteresse, tranne in questi ultimissimi giorni, circa la guerra civile in Sudan, e la conseguente catastrofe umanitaria. La complessità delle vicende africane pare resistente anche alle prospettive di business a stelle e strisce proposte dal tycoon.