Trump sfida l’Iran: “Invieremo l’Armada”. E Teheran promette una risposta

President Donald Trump gestures after his special address during the 56th annual meeting of the World Economic Forum, WEF, in Davos, Switzerland, Wednesday, Jan. 21, 2026. (Gian Ehrenzeller/Keystone via AP)

La “Armada” è pronta. “Si muove rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione” ha annunciato Donald Trump sul social Truth. “Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – niente armi nucleari – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale!” ha proseguito il presidente degli Stati Uniti. “Fate un accordo” ha tuonato il tycoon, convinto che il prossimo attacco “sarà molto peggiore” di quello realizzato da Washington a giugno del 2025.

Quello che il Pentagono chiamò operazione “Martello di Mezzanotte”. Il punto, però, è un vero e proprio negoziato con l’Iran non esiste. I funzionari Usa sentiti da Axios hanno confermato che vi sono dei canali aperti tra Teheran e Washington, ma non delle reali trattative tra le parti. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, si scambia alcuni messaggi con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi (anche se quest’ultimo ieri ha smentito). Il capo della diplomazia di Teheran, negli ultimi giorni, ha avuto colloqui con i suoi omologhi di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Paesi fondamentali nello scacchiere mediorientale e con un certo peso specifico anche nello Studio Ovale. E tutti e tre, con diversi punti di vista, hanno messo in guardia Washington da avviare operazioni militari contro l’Iran. Riad, seguendo l’esempio di Abu Dhabi, ha addirittura escluso di concedere il proprio spazio aereo e il proprio territorio in caso di un attacco alla Repubblica islamica. Mentre il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, intervistato da Al Jazeera, ha consigliato gli Stati Uniti di affrontare il negoziato con l’Iran cercando di risolvere i problemi “uno alla volta”. “Se li presentate tutti insieme, come un pacchetto, sarà molto difficile per i nostri amici iraniani accettarlo. Potrebbe sembrare loro umiliante”, ha affermato Fidan, che si è detto però convinto del fatto che Teheran sia “pronta a negoziare di nuovo sulla questione nucleare”.

L’intervista del ministro turco segue di poche ore la telefonata che il suo presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha avuto proprio con Trump. Nel corso della conversazione, ha spiegato Ankara, si è parlato del Board per Gaza, della Siria e della cooperazione tra i due Paesi nell’ambito della difesa. Ma è chiaro che Erdogan abbia anche voluto sondare il terreno con The Donald sulla possibilità di una guerra sul proprio confi ne orientale. Mentre Egitto e Qatar hanno provato anche a coordinarsi per riuscire a raggiungere una veloce de-escalation. Trump, che ha rafforzato la presenza militare statunitense in tutta la regione, ha lanciato in queste settimane dei messaggi divergenti. Ha minacciato l’Iran per la repressione delle proteste. Poi, ha ringraziato le autorità per avere fermato le esecuzioni. In queste ultime ore, ha di nuovo chiarito di essere pronto a un’operazione stile Venezuela ma sperando ancora nel dialogo.

A questi avvertimenti, l’Iran ha risposto più o meno in modo univoco, minacciando una reazione senza precedenti ma anche tenendo aperta la via del dialogo. La missione di Teheran alle Nazioni Unite ha confermato che il Paese “è pronto al dialogo basato sul rispetto reciproco e sugli interessi comuni, ma se spinto all’angolo, si difenderà e risponderà come mai prima d’ora”. Le fonti iraniane del quotidiano qatariota Al-Arabi Al-Jadeed hanno affermato che sono in corso “intensi sforzi diplomatici tra Teheran e Washington per ridurre le tensioni e prevenire una nuova guerra nella regione”. Ma la situazione appare sempre più critica. Ieri, anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha detto di sperare che non si arrivi a un’opzione militare, ma ha parlato della possibilità di “prevenire un attacco preventivo contro di noi e i nostri alleati in Medio Oriente”. Per Rubio, “il regime è più debole che mai”. Una tesi, questa, sostenuta anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la Repubblica islamica per come la conosciamo “ha i giorni contati”. E ora tutto passa da cosa deciderà il tycoon dentro il suo studio.