Trump sta plasmando il suo emisfero: è la geopolitica a geometria variabile

Secretary of State Marco Rubio whispers to President Donald Trump during a roundtable meeting on antifa in the State Dining Room at the White House, Wednesday, Oct. 8, 2025, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci) Associated Press/LaPresse

“This is our hemisphere”. Questo è il nostro emisfero. Lo proclama un manifesto del Dipartimento di Stato americano, diffuso nelle scorse ore sui canali social. Sfondo nero, scritta bianca, quell’“our” in rosso a rimarcare il possesso. È la Dottrina Monroe 2.0, il ritorno di un principio ottocentesco nell’era dei social media: le Americhe agli americani, e chi si fa i fatti propri campa cent’anni.

Ma quale emisfero, esattamente? La parola, nella sua accezione geografica, designa metà del globo terrestre. L’emisfero occidentale, quello a cui si allude, comprende le Americhe – questo è certo. Ma comprende anche un pezzo d’Europa, l’Irlanda, il Portogallo, parte della Spagna, l’Islanda. E soprattutto comprende gran parte dell’Africa occidentale: Senegal, Mali, Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria. Il meridiano non fa sconti, se è quello che conta.

Se “this is our hemisphere”, allora di chi è l’Africa? È nostra anche quella? E se sì, cosa ne facciamo oltre a estrarne cobalto, uranio, terre rare? Il confine dell’emisfero, a ben guardare, è una linea immaginaria che l’Occidente traccia e cancella a seconda delle convenienze. Verso ovest, verso sud, quella linea è un muro: l’America Latina è cosa nostra, il Venezuela un affare interno, Cuba un’anomalia da correggere. Ma verso est, verso l’altro emisfero, quella linea diventa improvvisamente porosa. Permeabile. Attraversabile a piacimento, purché ci sia un vantaggio.

Prendiamo la Cina. Pechino detiene oggi circa 689 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano – una cifra in calo rispetto al picco di oltre 1.300 miliardi del 2013, ma comunque colossale. La Cina è il terzo creditore estero degli Stati Uniti, dopo Giappone e Regno Unito. Il debito pubblico americano ha raggiunto i 36.200 miliardi di dollari: una somma che, spesa al ritmo di un milione al giorno, richiederebbe 99.000 anni per essere esaurita. Di questo debito, circa il 24% è in mani straniere. La domanda sorge spontanea: se questo è il “nostro” emisfero, come si concilia la retorica della sovranità con la dipendenza strutturale dal capitale dell’emisfero altrui? La verità è che i confini del “nostro” mondo sono elastici. Si irrigidiscono quando si tratta di respingere migranti, di sanzionare regimi sgraditi, di proclamare sfere d’influenza. Si ammorbidiscono miracolosamente quando si tratta di attrarre investimenti, delocalizzare produzioni, vendere titoli di Stato. L’emisfero, insomma, è una categoria morale a geometria variabile.

E l’Europa, in tutto questo? L’Europa fa parte del “nostro” emisfero, ma nostro di chi? Noi europei sappiamo bene cosa significa avere confini porosi quando conviene. Per decenni abbiamo accolto i fiumi di capitali russi nelle nostre banche, nei nostri immobili, nei nostri club calcistici. Londra era la lavanderia del Cremlino, e nessuno si poneva troppe domande. L’aggressione all’Ucraina ha cambiato tutto – o forse ha solo reso impresentabile ciò che prima era tollerato. Ma la lezione resta: a quel “nostro emisfero” piace tracciare confini ideologici che volentieri abbatte quando conviene.

E poi c’è il Medio Oriente. Quello sì, inequivocabilmente nell’altro emisfero. Eppure là, incastonata tra nemici, sorge Israele: avamposto di democrazia e cultura occidentale in una regione che dell’Occidente diffida o lo detesta. Lo dovremmo lasciare in balia dell‘Iran e dei suoi proxy, del fanatismo di Hamas ed Hezbollah, dell’isolamento crescente nel consesso delle nazioni. Secondo la logica dell’emisfero, portata alle sue estreme conseguenze, bisognerebbe abbandonare chi sta dalla parte sbagliata del meridiano, ma (per fortuna) non è così.

Forse il punto è proprio questo. L’emisfero non è una categoria geografica, è una categoria di comodo. Serve a giustificare l’interventismo quando l’intervento conviene, e l’isolazionismo quando è meglio ritirarsi. Il manifesto del Dipartimento di Stato, con la sua estetica da propaganda novecentesca, tradisce un’ansia di definizione che è il sintomo di un’incertezza più profonda. In un mondo dove le supply chain attraversano tutti gli emisferi, dove “our hemisphere” ha bisogno dei semiconduttori taiwanesi, delle terre rare congolesi, dei mercati cinesi, del petrolio saudita. Dietro la propaganda dell’emisfero, c’è il mondo. Che non è di nessuno. O forse appartiene a chi ha la forza di prenderselo, ma questa è un’altra storia. Una storia che credevamo di aver chiuso nel secolo scorso, e che invece continua a riscriversi sotto i nostri occhi.