Che cosa si intende per rapporti tradizionali?
Trump un problema per Meloni secondo Gentiloni, l’Obama-Nobel-per-la-pace non lo era quando bombardava?
Secondo l’interpretazione data da Paolo Gentiloni, intervenuto su Repubblica, Giorgia Meloni “ha un problema”, e questo problema che l’ex Premier definisce addirittura “serio” è Donald Trump. Sempre secondo Gentiloni Trump “ha reso evidente la rottura dei tradizionali rapporti transatlantici”, quelli che a quanto pare venivano pienamente garantiti dalle amministrazioni degli “amici” democratici Obama e Biden e che ora sono minacciati dal nemico di destra.
Qui potremmo serenamente porci un quesito interessante: che cosa si intende per rapporti tradizionali? Perché è lecito supporre che a un politico dell’esperienza di Gentiloni non sarà sfuggito che viviamo una fase di enormi trasformazioni in cui si sta ridisegnando la geografia globale e quelle che si è soliti definire “sfere d’influenza”. Questo mutamento storico non è dovuto a Donald Trump o a Giorgia Meloni ma è l’epilogo di un deteriorarsi di quegli equilibri post-guerra fredda che dopo una lenta erosione hanno subìto una brusca accelerazione, causata da alcune scelte discutibili fatte dall’allora Presidente Biden – il primo ad attuare il disimpegno dall’Europa e dagli altri teatri operativi – già vaticinato da Obama, tra cui la miccia che ha innescato l’attuale stato dell’arte, il folle ritiro dall’Afghanistan. Decisione comunicata agli alleati senza possibilità di dialogo, eppure allora nessuno parlò di “vassallaggio”, parola oggi abusatissima.
La dottrina Trump – piaccia o no ammetterlo – non è la causa del problema, ma un tentativo di soluzione in chiave americana. Del resto quale Presidente statunitense non ha legittimamente messo al primo posto gli interessi americani? Del resto non è un mistero che gli Stati Uniti si trovino oggi ad affrontare una minaccia cinese sempre più incombente, che ci riguarda tutti, e una Russia che spalleggiata da Pechino prova a ricostruire quelle che fu l’impero zarista prima e sovietico poi. Lo stesso verso cui non pochi nel nostro paese hanno mostrato il vero “vassallaggio” politico, salvo poi scoprire la vocazione europeista come salvacondotto ideologico alla luce del fallimento dell’esperienza comunista.
Sulla Groenlandia come ribadito dal segretario generale della Nato Mark Rutte (ex Primo Ministro olandese e riconosciuto europeista) Donald Trump ha avuto il merito di riaccendere l’attenzione sulla rotta artica e sulle infiltrazioni cinesi in territorio europeo, cosa passata inosservata a Bruxelles. Così come brandire a modello il neo premier canadese Mark Carney appare frettoloso e prematuro, considerando le voci sull’apertura che il governo di Ottawa vorrebbe fare verso la Cina. Allo stesso tempo appare viziato da pregiudizio politico questa costante critica alla politica estera italiana e al rapporto “speciale” con gli Stati Uniti. Rapporto che contrariamente a quanto avvenuto in passato si fonda su di una convergenza di interessi e non sulla mera accettazione con timidezza di quanto imposto dall’altra sponda dell’oceano. Perché non si annoverarono levate di scudi quando “il Premio Nobel per la pace” Obama dispensava bombe e aiuti militari a casaccio con strategie discutibili in Medio Oriente. Isis docet.
Costruire quindi un rapporto politico sulla scorta di uno storico rapporto solidissimo con Washington dovrebbe essere riconosciuto come un merito a Giorgia Meloni, che quando non ha condiviso le posizioni dell’alleato lo ha detto forte e chiaro al diretto interessato. Merito andrebbe considerata la capacità di influenzare l’Unione Europea, cosa che in passato non accadeva. Anzi anche si accettava tutto con spirito “europeista” pagandone le conseguenze (immigrazione, Green deal etc.). La politica estera non la si può interpretare a simpatie e antipatie, ma sempre nel solco di una coerenza che dovrebbe essere l’interesse italiano oggi e se possibili guardando al futuro.
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