Mediatore dei 'buoni affari'
Trump vuole strappare la Russia alla Cina, adesso l’ultimatum è diretto all’Ucraina e a farne le spese è l’Europa
Chiudere la guerra sarebbe la priorità del presidente americano, che mette pressione a Kyiv. Washington ha bisogno di mantenere buoni rapporti con Mosca.
Diversamente dal Pendolo di Foucault di Umberto Eco, il pendolo di Trump ha un andamento quasi prevedibile per il suo ciclo. Il punto è sempre lo stesso: che cosa fare dell’Ucraina con una formula che possa sembrare “win-win”, in cui cioè sembra che vincano tutti? Non è possibile. E allora si inventano e applicano tutti i trucchi. Quello che bolle in pentola lo sa la diplomazia segreta che manipola con soffiate (i famosi “leak”) i media, creando quel gioco di specchi, finzioni e tradimenti che la rendono sempre ribaltabile, alternando il bastone della minaccia nucleare, con la carota di una nuova era di pace e ricchezza.
Per chiudere la guerra in Ucraina, gli Usa hanno fatto trapelare il “piano in 28 punti” dei quali quello più ostico è la garanzia degli Stati Uniti di intervenire anche a mano armata nel caso di una nuova aggressione russa all’Ucraina: una specie di “Nato per due”, che è difficile far accettare a Mosca. Però c’è materia di trattativa e di “do ut des” su vari punti. Intanto, Putin chiede il prolungamento per un anno del nuovo trattato START firmato nel 2010, che prevede la riduzione sia delle testate nucleari che dei missili necessari per spedirle. È passato un quarto di secolo da quando americani e russi a Praga si accordarono per una riduzione progressiva delle armi atomiche con il “New Start”. E adesso Putin chiede una proroga.
Ieri, alle 14 italiane, il Washington Post rivelava lo stato finale delle cose: “Gli Stati Uniti premono sull’Ucraina affinché firmi l’accordo entro la festa di Thanksgiving”. La festa americana del Ringraziamento, che risale al 1621, si celebra ogni quarto giovedì di novembre che quest’anno cade il 27, fra cinque giorni. È un ultimatum: prendere o lasciare. Se Zelensky dicesse di no, tutti i rubinetti americani ancora aperti si chiuderebbero e Putin si sentirebbe autorizzato ad una vera invasione e occupazione con le fanfare. Siamo di fronte a uno dei tanti ultimatum di Trump, più numerosi quelli indirizzati a Putin, e onestamente nessuno può sapere se la sua formula sarà accettata, respinta o otterrà proroghe. Per l’amministrazione americana siamo alla fine della guerra perché Trump vuole che Zelensky ceda formalmente la Crimea e il Donbass, persino la parte non ancora conquistata dai russi. Cessato il fuoco, l’Ucraina dovrebbe diventare un Paese neutrale come sono stati nel secolo scorso la Finlandia e l’Austria, ma con poche truppe, nessuna alleanza straniera e l’alito di Putin sul collo. Staremo a vedere, ma che cosa vuole ottenere alla fine Donald Trump?
La scuola di pensiero prevalente sostiene che il suo obiettivo è quello di strappare la Russia dalla Cina, per riportare la “Russia bianca” nel salotto buono degli affari e delle ricchezze rispettabili, facendo restare la Cina priva del suo fornitore e cliente più sottomesso, come è oggi la Russia di Putin nei confronti di Xi Jinping. È un obiettivo ambizioso ma ben noto ai cinesi che sono pronti a contrastarlo con strategie a lungo studiate. Trump ha però bisogno della Russia per risolvere la crisi perpetua con l’Iran, che sta ricostituendo le sue scorte nucleari. L’Iran è un fornitore di droni della Russia con cui ha rapporti formalmente fraterni, Ma in realtà si tratta di relazioni d’affari, perché quando americani e israeliani hanno bombardato i siti iraniani, Putin si è ben guardato dal compiere qualsiasi mossa in difesa della repubblica islamica. Il presidente Trump si è dimostrato un vero campione come mediatore nei conflitti, non in nome dalla pace come valore ma dei buoni affari che secondo lui garantiscono il benessere dei popoli più delle rivoluzioni sociali.
E l’Europa? Non esiste: tagliata fuori, si suppone, perché “non ha le carte”. Ecco perché ancora ieri il primo ministro inglese Starmer, il Presidente Macron e il cancelliere tedesco Merz allenavano e sostenevano Zelensky per prepararlo ad affrontare Trump. L’inglese Starmer è quello che più di tutti si mostra irremovibile: l’Occidente europeo e britannico non riconoscerà alcun trattato di pace che non garantisca la piena sovranità dell’Ucraina. Anche Ursula von der Leyen ha avuto il suo ruolo perché è stata convocata a Washington, ma manca la data. La partita è apertissima, ma al tempo stesso quasi chiusa. Tutti i dubbi sono leciti mentre la storia avanza attraverso i suoi passaggi segreti.
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