Donald Trump non vuole battute d’arresto. E il vertice in Qatar ospitato dal Centcom, il Comando centrale Usa, quello che si occupa del Medio Oriente, è servito a fare il punto della situazione e far ripartire il percorso. Una serie di riunioni a porte chiuse tra i delegati di 45 Paesi per mettere a punto un piano per la forza che dovrà controllare Gaza. E la cui nascita dovrebbe rappresentare il passaggio definitivo alla cosiddetta “fase due” della tregua.
La situazione però appare ancora profondamente incerta. Hamas continua ad avere il controllo di una buona parte della regione, quella non occupata dalle forze armate israeliane, e la ricostruzione appare ancora ben lontana dalla sua concretizzazione. La comunità internazionale ha ripreso a lanciare allarmi sulla situazione umanitaria dei civili palestinesi. Le Israel defense forces proseguono i loro raid per colpire i vertici di Hamas e i miliziani che possono rappresentare un pericolo per gli stessi militari dello Stato ebraico. E in tutto questo, rimane il vero nodo da sciogliere: il disarmo di Hamas. I leader del gruppo hanno detto di essere disposti al dialogo ma di non volere cedere le armi, soltanto “immagazzinarle” o “congelarle”. Nessuno però sa se, come e quando possa avvenire questo processo.
Israele non si fida, tanto che non è nemmeno stato invitato alla riunione di ieri come osservatore. E nel frattempo, nessun governo è intenzionato a inviare proprie truppe senza che vi siano regole di ingaggio chiare e impegni concreti da parte di tutti. Insomma, rassicurazioni chiare, anche da parte degli Stati Uniti. Ma nel frattempo, la prima riunione a Doha sulla forza di stabilizzazione internazionale non sembra avere prodotto i risultati sperati. I 45 Paesi invitati (tra cui c’erano Italia, Egitto, Azerbaigian, Indonesia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Francia, Regno Unito) hanno convenuto i prossimi passi, cioè la necessità di prossime riunioni tra capi di Stato maggiore. Agli Stati coinvolti è stato chiesto di dichiarare se prenderanno o meno parte all’iniziativa con proprie forze. Solo alcuni Paesi hanno dato la propria disponibilità. Ma tutti hanno espresso il bisogno di ricevere garanzie sia sul disarmo di Hamas che sulla sicurezza dei contingenti, oltre che sul finanziamento di questa missione.
Altri, invece, sono pronti a mandare le proprie truppe. L’Italia continua a essere il Paese europeo più interessato da questo scenario. Ma su questo tema, cioè il dispiegamento delle truppe internazionali, il risiko della diplomazia appare molto intricato. La Turchia, che ieri non ha partecipato alla riunione su pressioni da parte di Israele, è uno degli Stati più interessati a spedire le proprie forze nella Striscia di Gaza. Recep Tayyip Erdoğan non ha mai fatto mistero di volere inserirsi nella partita israelo-palestinese anche per rafforzare la propria leadership nel cuore pulsante del Levante. Ma dal governo di Benjamin Netanyahu, almeno fino a questo momento, il veto è stato netto. E questo “niet” dello Stato ebraico non è riuscito a essere scalfito nemmeno dalle iniziative dell’alleato americano. Alcuni osservatori ritengono che Ankara stia giocando una partita diplomatica ancora più complessa. Non solo vuole far parte della missione, ma starebbe facendo il possibile per frenare i propri alleati a inviare truppe, in modo da rendere indispensabile il coinvolgimento turco. Secondo Ynet, uno dei governi più pressati da Ankara sarebbe quello dell’Azerbaigian, complici gli stretti legami tra i due Paesi. Ma i dubbi sulla fattibilità della missione, in generale, restano.
Da Washington continuano a ripetere che esiste già uno schema dell’operazione. Si parla di un periodo iniziale di addestramento in un Paese terzo per poi giungere a un primo dispiegamento a Rafah, all’interno dell’area occupata dall’Idf e segnata dalla “linea gialla”. È previsto un processo a più tappe con un graduale ritiro dalle forze israeliane e una presa di possesso delle forze di peacekeeping. Alla guida si parla con insistenza del generale Usa Jasper Jeffries, già a capo dell’organismo di supervisione del cessate il fuoco in Libano. Ma prima di convincere gli Stati partecipanti, dovrà essere convinto Israele. Sia sulle effettive capacità della forza di stabilizzazione sia sulla scomparsa di Hamas come soggetto militare e politico.
