La transizione energetica è uno degli obiettivi più condivisi del nostro tempo. Ma quando smette di essere un’idea astratta e prende la forma concreta di un’infrastruttura, il consenso si dissolve. È qui che emerge il fenomeno NIMBY: “not in my backyard” (“non nel mio giardino”). Ridurre il NIMBY a egoismo territoriale è però un errore. In gioco non ci sono solo interessi locali, ma anche meccanismi cognitivi profondi. Ne elencherò alcuni.
Il primo è il bias dello status quo per cui tendiamo a considerare la situazione esistente come un punto di equilibrio, anche quando è inefficiente. La dipendenza energetica, i prezzi volatili o la fragilità degli approvvigionamenti diventano problemi “normalizzati” e affrontabili, mentre qualsiasi cambiamento viene percepito come un salto nel buio. Ciò che già esiste ci appare meno rischioso non perché lo sia davvero, ma perché ci è familiare. A questo si aggiunge l’avversione alla perdita, probabilmente uno dei bias più potenti nel plasmare il consenso/dissenso locale. Le comunità non valutano costi e benefici in modo simmetrico. Le perdite percepite – paesaggio, tranquillità, valori immobiliari, tutela ambientale, identità del luogo – assumono un peso psicologico enorme, mentre i benefici diffusi e futuri restano astratti. Un sacrificio certo oggi viene vissuto come intollerabile, anche se serve a evitare rischi più grandi domani.
A rafforzare questo meccanismo interviene anche lo zero-sum bias, la tendenza a leggere le decisioni politiche come giochi a somma zero. Se l’infrastruttura “serve al Paese” e produce benefici altrove, significa che qui resteranno solo i costi. La cooperazione viene reinterpretata come sfruttamento, e l’interesse generale come un vantaggio solo per gli altri. Il risultato è che le infrastrutture strategiche per la sicurezza energetica e la transizione vengono bloccate non tanto da valutazioni razionali, quanto da scorciatoie mentali perfettamente umane. Ed è proprio perché queste resistenze sono cognitive, prima ancora che politiche, che non possono essere affrontate solo con norme, autorizzazioni o commissariamenti.
Se il problema è anche cognitivo, la risposta non può limitarsi a procedure e dati tecnici. Serve un uso consapevole dei nudge, intesi come architetture della scelta pubblica. Cambiare il modo in cui un’opera viene raccontata, rendere visibili i costi dell’inazione e confrontare le scelte di comunità simili può aiutare a riequilibrare la percezione del rischio senza negare il conflitto. Lavorare sul framing – sulla scelta delle parole e delle immagini – può diventare altrettanto determinante. La transizione energetica non è solo una sfida tecnologica o ambientale. È una prova di maturità democratica. Senza una politica capace di governare anche le percezioni – non solo i cantieri – il rischio è che la politica energetica del futuro resti prigioniera delle paure del presente.
