A questa Europa bisogna pur dare fiducia. Come sta facendo l’India, con il trattato di libero scambio, che il premier Modi firma oggi insieme ai leader Ue, von der Leyen e Costa. Una fiducia già espressa dai Paesi del Mercosur, ma non contraccambiata da molti Paesi membri dell’Unione stessa. Nonostante in casa nostra gli interessi nazionali prevalgano sull’obiettivo comune, il mercato europeo resta ancora appetibile. Come la Cina insegna, siamo un cliente affidabile, che paga bene i prodotti a basso costo e ancor più le commodity per la sua industria di trasformazione.
In occasione del 76esimo anniversario dell’indipendenza dall’Impero britannico, l’India ha voluto siglare un accordo con l’Unione europea che ha un sapore simbolico quanto un significato strategico. Delhi si sente ormai di trattare peer to peer con i vecchi dominatori e con essi stringere un’alleanza che può tornare sfavorevole ai padroni del mondo di oggi. Gli Stati Uniti d’America, per fare nomi e cognomi. Ma anche Cina e Russia. Entrambi, europei e indiani, hanno conti in sospeso con loro. I negoziati, che riguardano scambi per 136 miliardi di euro (valore registrato nel biennio 2024-2025), hanno subito un’accelerazione dopo l’introduzione dei dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti a Delhi. Lungo la nuova “via del cotone” correranno auto, prodotti alimentari e competenze tecnologiche. Le tariffe doganali del governo indiano verranno agevolate. Lecito chiedersi se sia il caso che Bruxelles risponda con la revisione delle sue norme ambientali per il made in India in ingresso a casa nostra.
Se questo accordo dovesse andare in porto – si tenga conto che sono vent’anni che le parti ne parlano, cinque in meno di quello con il Mercosur che ha rischiato il fiasco e ora procede in esercizio provvisorio – l’industria europea potrebbe cominciare a vederci più chiaro. Nella debolezza generalizzata dell’eurozona, l’economia italiana è col fiatone. Ieri la Congiuntura flash di Confindustria, confermava la debolezza dell’export e il caro-energia come le due fonti di insonnia degli imprenditori. Piano con l’euforia, però. Perché è vero che India ed Europa insieme fanno 2 miliardi di consumatori. Ma il reddito pro capite indiano (2.900 dollari il nominale) non ha nulla a che vedere con quello europeo (46mila dollari) ed è, con tutto il rispetto, irrisorio se confrontato a quello Usa (91mila dollari).
Va fatto un discorso di prospettiva, quindi. I dazi trumpiani ci stanno imponendo di cercare nuovi approdi per i nostri prodotti. È la visione ottimistica di una misura drastica. Non è detto che auto, scarpe e vini europei, che tanto piacciono al consumatore americano, facciano lo stesso effetto “wow” su indiani e brasiliani. Starà agli imprenditori resilienti adattarsi ai nuovi mercati. È però cura delle istituzioni, comunitarie e nazionali, affiancare le imprese e stringere accordi favorevoli per la fornitura di materie prime.
In fatto di risorse energetiche e terre rare, l’Europa deve arrivare in India, America Latina e poi ancora nel Sud-Est asiatico con il coltello tra i denti. Sapendo che, da un lato, ci sono cinesi e americani che possono soffiarci sotto il naso l’accordo, dall’altro, abbiamo a che fare con ex colonie che: non possiamo più considerare come tali; sono ben pronte a farci pagare caro le loro ricchezze. “Europa e India sono le più grandi democrazie del mondo, impegnate a collaborare per dare forma a un nuovo ordine globale”, scriveva ieri von der Leyen su X. Va bene. Attenzione però, il modello che si sta creando è molto più spregiudicato che liberale.
