Saggio di squisita raffinatezza e profondità di pensiero, “Un cuore greco” di Marina Valensise (Neri Pozza) è una scintillante disamina del recupero della classicità come risposta alla crisi dell’Occidente novecentesco, come medicina eterna per curare le ferite del presente.
Per reagire al nichilismo, serve la forza della tragedia classica, che è vita e finanche democrazia. Si tratta di una chiave interessantissima adoperata con la sicurezza che all’autrice deriva da un’enorme conoscenza, soprattutto (ma non solo) della storia culturale francese, e d’altronde il titolo del saggio riprende l’Albert Camus che di sé disse appunto di possedere «un cuore greco». Il saggio di Valensise parte con la sua introduzione che racconta di Michel Houellebecq presente al Teatro greco di Siracusa mentre assiste alle prove di Ifigenia in Tauride di Euripide. Ebbene, con grande sorpresa di Valensise, il grande scrittore fustigatore di mezza cultura mondiale si alza e se ne va, «non capisco niente».
Com’è possibile? Quello strano episodio è stata la molla che ha acceso la curiosità della studiosa italiana: la tragedia greca e il Novecento, in che rapporto stanno? Di qui parte «una scorribanda», come la definisce l’autrice, una ricognizione sulla persistenza della cultura greca nella contemporaneità. Da Hofmannsthal a Sarah Kane, l’analisi di questi rapporti si snoda lungo uno specifico, meraviglioso racconto. Ecco l’Antigone sofoclea messa in scena da Jean Cocteau – con scene di Picasso e costumi di Coco Chanel, tanto per dire – che scarnifica la tragedia di Sofocle dando sostanza alla sua modernità. Ecco l’opera un po’ misteriosa di Montherlant; ecco il lungo, meticoloso racconto dell’impatto di Picasso con Roma e poi Napoli e Pompei, la scoperta piena della classicità, assieme a Cocteau e al maestro dei famosi balletti russi Djagilev.
Il saggio diventa difficile nella trattazione del rapporto tra guerra e democrazia alla luce della lettura durante la guerra delle gesta degli eroi omerici: è il capitolo della lettura dell’Iliade secondo Rachel Bespaloff, la grande musicista ebrea ucraina, esule, in contatto con l’intellighenzia francese. Ecco il calabrese Corrado Alvaro, gran cosmopolita, che dalla Grecia trae il sale della modernità tra le terre nascoste del suo Aspromonte. Ecco Camus, il cui cuore greco già palpitava sotto il sole della sua Algeri. E il senso di libertà della cultura classica suona come grande antidoto agli orrori oppressivi del Novecento.
In fondo – diciamo noi – la chiarezza greca è l’opposto del buio del Meursault camusiano. La tragedia di un lontanissimo passato che parla alla tragedia del secolo: «L’Edipo re – scrive Marina Valensise – in fondo non era solo la tragedia della conoscenza e dell’autocoscienza ma una tragedia dell’esilio che ruotava intorno al dramma dell’essere senza radici religiose o geografiche. E rappresentava l’estrema vulnerabilità dell’essere umano, ignaro del proprio destino e cieco a sé stesso». E arriviamo agli anni nostri, a Sarah Kane che mette in scena una personalissima, violenta Fedra di Seneca: «L’ennesima deviazione con cui Sarah Kane finisce per fare esplodere nelle sue mani il teatro antico, esponendolo alla devastazione ultracontemporanea della violenza bruta e fine a sé stessa, del sesso come punizione, della crudeltà sfrenata come unica via di affermazione, sino a dilaniare il corpo stesso del dramma antico in una nuova, sconvolgente dismisura, annientando la tradizione nelle sue stesse macerie». Il cerchio si chiude. La grande classicità greca parla anche a noi, adesso.
