Giorgio Fabretti è saggista e analista politico. Da anni riflette sui mutamenti dello Stato nazionale e sugli equilibri geopolitici di lungo periodo. Nel libro Euroamerica, uscito nelle ultime settimane, prende in esame le molte fratture oggi visibili tra Europa, Stati Uniti e mondo globale, interpretandole come segnali di una trasformazione strutturale dell’Occidente.
Lei parla di una cesura storica. In cosa consiste, esattamente?
«Consiste nel tramonto dello Stato nazionale. Così come il feudalesimo, durato secoli, a un certo punto è scomparso, oggi sta finendo l’idea di Stato nato a Vestfalia. La crisi dei nazionalismi è reale e strutturale, non episodica».
In questo quadro, come vanno interpretate le prese di posizione di Donald Trump?
«Trump non è irrazionale. Fa di tutto per rompere gli schemi, rappresenta uno stile, una recita. Ma a ben vedere, ci sono perfino elementi di continuità tra Biden e Trump. È l’America che reagisce a una stagnazione interna e alla crescita di potenze concorrenti».
Lei è molto critico sull’Unione Europea. Perché?
«Perché l’Europa ha avuto tempo e occasioni per costruire uno Stato europeo e non lo ha fatto. Oggi non esiste e non è all’orizzonte. Continuare a ripetere che “deve diventare federale” è una formula vuota, politicamente corretta, suggestiva ma priva di fondamento: lo vediamo tutti i giorni, la realtà chiama e richiama, ma a Bruxelles non risponde nessuno».
Le tensioni tra Europa e Stati Uniti sono quindi superabili, nella sua ottica? Sono crisi di crescita, viste su un piano plurisecolare?
«Sì, sono crisi di crescita. Se le guardiamo con l’ansia del presente sembrano fratture insanabili, ma su un piano storico lungo appaiono come assestamenti. America ed Europa condividono valori, cultura, linguaggio politico. Oggi Washington chiede all’Europa di assumersi maggiori responsabilità e di mettere più risorse nella difesa, ma l’alleanza di fondo non è in discussione. La conflittualità è in larga parte una rappresentazione necessaria».
Spieghi meglio la sua proposta di Euroamerica, la tesi di fondo del suo ultimo libro.
«Io non credo più alla favola dello Stato unitario europeo che nasce per inerzia. Tutto lascia presagire che, su una prospettiva pluridecennale, l’Europa debba invece pensarsi dentro una dimensione più ampia, euro-americana, fondata su valori, interessi e cultura comuni. Dobbiamo guardare a uno Stato federale a molte stelle, nato dall’Europa e dalle Americhe in una prospettiva comune: un mercato comune unico, una società culturalmente coincidente. Anche la Groenlandia va letta in questa ottica: non come territorio conteso da comprare o conquistare, ma come possibile primo spazio istituzionale euro-americano. Terra di tutti gli europei e gli americani, insieme. Servirà a rompere la paralisi e a costringere l’Europa a ragionare su una scala temporale più larga».
E il vecchio diritto internazionale? Morto per sempre?
«Il diritto internazionale delle nazioni è da tempo un’ipocrisia. La globalizzazione lo ha superato: i virus non rispettano i confini, le relazioni umane nemmeno. L’enfasi su passaporti e sovranità è una fase transitoria. Chi continua a pensare solo in termini novecenteschi rischia una profonda miopia storica».
