Un manifesto sull’innovazione per salvare l’Unione Europea dall’irrilevanza sul mercato

European Commission President Ursula von der Leyen gestures as she delivers a major state of the union speech at the European Parliament in Strasbourg, eastern France, Wednesday, Sept. 10, 2025. (AP Photo/Pascal Bastien) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Uno spettro si aggira per l’Europa: la regolamentazione. O meglio, la regolamentazione senza innovazione sta trasformando l’Europa stessa in uno spettro. Questa è la tesi di un potente manifesto – “La costituzione dell’innovazione” (constitutionofinnovation.eu) – pubblicato negli stessi giorni nei quali il cosiddetto pacchetto Omnibus votato la settimana scorsa dal Parlamento di Bruxelles semplifica le normative in materia di sostenibilità aziendale con i voti dei sovranisti. Un tempismo curioso: mentre l’Europa riduce in modo sensibile e discutibile la sua ambizione regolatoria, riemerge tutta la fragilità di un sistema incapace di tradurre regole in crescita.

Gli autori del manifesto – Nicolas Petit, Luis Garicano e Bengt Holmström, il primo un giurista, il secondo economista e il terzo vincitore del premio Nobel – non sono esattamente dei nostalgici libertari. Partono da una disamina impietosa di come la macchina della regolamentazione imposta da Bruxelles, cominciata con buone intenzioni, abbia finito prima per illuderci e poi per imbrigliarci. Paradossalmente, è stata per anni considerata la nostra arma segreta. Quella che ha reso Mario Monti Supermario. Il cosiddetto “effetto di Bruxelles” che avrebbe dovuto europeizzare il mondo e persuadere gli altri ad adottare le nostre regole per non rinunciare ad un mercato di mezzo miliardo di consumatori.

È un’amara ironia che sia stato l’altro Supermario (Draghi) a denunciare i limiti con cui questo approccio ha sepolto qualsiasi velleità di innovazione in Europa. Nato in un mondo che era su misura per noi, ma ormai non lo è più. E bisogna capirlo, Draghi: a oltre un anno dalla pubblicazione del suo rapporto, si stima che solo il 10% delle sue raccomandazioni sul digitale sia stato raccolto. In compenso, abbiamo tutti assistito all’umiliante istantanea dal campo da golf in Scozia di Trump la scorsa estate. Pollici alzati e sorrisi forzati, a sancire però l’imposizione arbitraria dei dazi. In un settore, il commercio, dove il mastodonte di Bruxelles si riteneva invincibile.

L’Europa ha confuso l’integrazione con la regolamentazione, dicono i tre studiosi (due dei quali colleghi di chi scrive all’Università Europea di Firenze). Alcuni dei dati che citano dovrebbero farci mandare il caffè di traverso: il mercato interno è talmente frammentato da equivalere a un dazio del 44% sui beni e del 110% sui servizi. La GDPR, la normativa sulla privacy, ha tagliato del 26% gli investimenti nelle startup europee. Mentre gli azionisti di Tesla offrono a Elon Musk mille miliardi di fatto per presentarsi in ufficio, in Europa non è stata creata nessuna azienda con un valore superiore a 100 miliardi negli ultimi 50 anni.

Un altro dato, che i tre autori non scrivono, fu citato proprio da Draghi nel suo grido di dolore a Rimini poco dopo la doccia scozzese sui dazi: ci siamo imposti di investire il 5% del Pil in Difesa per compiacere il bullo newyorkese. Senza uno straccio di pianificazione, duplicheremo gli acquisti e rischiamo di sprecare miliardi a causa di barriere interne, equivalenti a un dazio del 64-95%. Gli autori propongono riforme in parte mutuate dal rapporto Draghi ma anche da quello parallelo di Enrico Letta, che si concentrò proprio sul mercato interno. Fra l’altro, suggeriscono di istituire tribunali commerciali europei capaci di far rispettare in modo rapido e certo le normative del mercato interno. Esortano alla creazione di un vero 28º regime (in aggiunta ai 27 nazionali), a cui le imprese possono accedere per operare su scala continentale. Implorano di evitare la duplicazione di nuove istituzioni e normative già esistenti.

C’è un’obiezione rilevante in tutto questo: che la “Costituzione” di Petit&Co. scivoli in un delirio neoliberista, una specie di ritorno al futuro della deregulation in salsa sovranista. Se è vero che i lacciuoli della regolamentazione hanno imbrigliato il Gulliver dell’innovazione, è anche vero che sono un’espressione e una conquista del modo di vivere di noi europei. Abbatterle al Parlamento europeo con il supporto dei voti dei partiti euroscettici di estrema destra, come si è visto appunto con il pacchetto Omnibus, rischia di compromettere gli assetti politici che hanno sostenuto l’impalcatura europeista: la semplificazione come grimaldello per scardinare definitivamente l’Unione. Dobbiamo imparare di nuovo a crescere per poter contare in un mondo di bulli; ma dobbiamo anche tenerci stretti ciò che ci rende diversi e migliori di quel mondo e di quei bulli.