Una tranquilla mattina di shabbat in Israele

People in a shelter following alarms for incoming missile from Iran after The United States and Israel launched an attack on Iran, in Tel Aviv, Israel, Saturday, Feb. 28, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Messaggi sonori di allarme sul cellulare in lingua ebraica che sollecitano a fuggire nei rifugi antibombe, poi anche in inglese, arabo, e russo, annunciando decine di missili in arrivo dell’Iran. Un martellamento continuo a partire dalla mattina presto, quando tutti in Israele assonnati si preparavano ad uno shabbat di relax. Poi le sirene assordanti, come grida lancinanti di dolore, diverse da quelle delle ambulanze, che ricordano quelle dei bombardamenti sulle città europee durante la seconda guerra mondiale, perfette per spaventare i bambini, come mia figlia di sei anni, che chiede confusa e spaventata cosa stia accadendo. Poi le esplosioni improvvise sopra le nostre teste, più potenti di tuoni roboanti nel cielo, mentre la difesa aerea colpisce i sibilanti strumenti di morte in volo, facendo tremare tutti i vetri delle case.

Questo il buongiorno di oggi a Gerusalemme, per una giornata programmata a portare i bambini al vicino cinema per i piccoli, cui va spiegato perché il programma è cancellato, senza riuscire a distrarli dalla tristezza inquieta che leggono nelle facce dei genitori. Aumento al massimo il volume su YouTube delle “Quattro Stagioni” di Vivaldi per distrarre dell’atmosfera di tensione, ma il grido delle sirene è più potente.

Intanto si fruga nervosamente tra internet e WhatsApp per cercare di capire cosa sta succedendo, ma i canali ebraici rispettano il riposo dello shabbat, poi finalmente il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth pubblica un primo articolo in ebraico ed inglese, poi Haaretz, poi qualche canale Telegram. Israele sotto attacco, in risposta all’operazione Ruggito del Leone delle forze armate israeliane congiuntamente a quelle USA. Quanti bambini, donne, e vecchi moriranno tra i civili ebrei ed arabi cittadini di questo Stato stavolta, dopo le decine di vittime durante la precedente Guerra dei 12 giorni nel giugno scorso? Allora i missili iraniani distrussero interi edifici e quartieri, seminando il panico, ed anche oggi si leggono notizie e si vedono immagini di bombardamenti a Tel Aviv, Beer Sheva, Ashdod, e nel nord, in Galilea.

Le notizie delle vittime e dei danni che questi bombardamenti stanno provocando sono sotto stretta censura militare, si leggono ripetuti inviti a non diffondere alcuna notizia, foto, o filmato sui danni ricevuti nelle città per evitare di aiutare il nemico. Ciò significa che, come per la precedente Guerra dei 12 giorni contro l’Iran, sapremo solo dopo alcuni giorni l’esatto numero dei morti e feriti in Israele.

Amici, familiari, e conoscenti dell’Italia ci invitano a fuggire via, senza sapere che anche se volessimo partire l’aeroporto è chiuso, e non ci sono voli. Mi chiama un amico medico palestinese per passarmi un gruppo di preti terrorizzati nella Città Vecchia di Gerusalemme che chiedono disperatamente a quale autorità diplomatica italiana rivolgersi per scappare via da questa trappola di guerra inaspettata. L’unica risposta che si può dare in questi momenti drammatici è che le probabilità che un missile iraniano cada su Gerusalemme, in particolare sulla microscopica Città Vecchia piena zeppa di Luoghi Santi rasentano lo zero, a causa del rischio di colpire accidentalmente la Spianata delle Moschee, il Nobile Santuario, che racchiude alcuni tra i siti religiosi più cari ai fedeli islamici, la Cupola della Roccia e la Moschea Al-Aqsa. Magra consolazione, visto il disastro che ci circonda.

Ora il suono assordante della sirena arriva sorprendentemente prima sul cellulare e poi in città, come a volerci tenere sempre in allerta, senza poterci rilassare o distrarci nemmeno per un momento.
In questa atmosfera agghiacciante e surreale si divora ogni notizia, mentre il rombo degli aerei da gierra in volo ci accompagna senza sosta, e le ultime notizie riaprono un filo di speranza per una de-escalation ed una ripresa dei negoziati diretti USA-Iran.