Dopo il caso che, durante questa estate, aveva visto l’amministrazione Trump scagliarsi contro Lisa Cook, governatrice licenziata con un ordine presidenziale (ad oggi bloccato da un tribunale) e accusata senza prove di aver mentito in alcune dichiarazioni bancarie, nelle scorse ore è stato fatto un passo oltre: è arrivata una notifica di apertura di un’indagine contro il Presidente della Fed, Jerome Powell. La mossa è senza precedenti e rappresenta evidentemente un caso unico della storia politica statunitense.
L’indagine riguarderebbe l’eventuale ruolo di Powell nel contesto dei lavori di ristrutturazione della sede della banca centrale americana, i cui costi sarebbero lievitati, almeno secondo l’amministrazione, tanto da portare il Presidente a dichiarare che Powell sarebbe “un incompetente o un corrotto”. Per essere certi di non avere alcun dubbio rispetto a questa scelta, scatta un’indagine che già nella giornata di martedì aveva prodotto effetti negativi per il dollaro. Powell ha risposto con toni durissimi, denunciando l’ingerenza della politica presidenziale all’interno delle mosse della banca centrale, ritenendo le accuse un mero pretesto per cercare di influenzare le decisioni della Fed sui tassi d’interesse. Non è un mistero, infatti, che Donald Trump sin dal suo primo mandato aveva desiderato avere una maggiore influenza all’interno delle decisioni della sua banca centrale, in particolare rispetto alla riduzione dei tassi d’interesse, favorendo una visione di breve periodo volta a stimolare l’economia, quando invece il compito della Fed è principalmente quello di contenere il livello dell’inflazione.
Come notato anche da Politico, inoltre, è possibile pensare che la mossa trumpiana possa addirittura irrigidire la Fed, che ha la necessità di mandare ai mercati un segnale di forza e di indipendenza. È anche la teoria economica che sostiene la rilevanza e l’efficacia delle politiche monetarie indipendenti: basta vedere i dati sull’inflazione degli anni ’90, quando la dottrina seguita da Bill Clinton in politica monetaria fu semplicemente quella di lasciare la Fed libera ed indipendente. A Washington le reazioni sono state molto dure, anche da parte di membri del partito repubblicano.
I senatori Thom Tillis e Lisa Murkowski hanno dichiarato che non voteranno a favore di chiunque venga nominato come futuro Presidente della Fed, almeno fino a quando le indagini contro Powell rimarranno in piedi. A questi due potrebbe aggiungersi un’altra senatrice repubblicana moderata, Susan Collins del Maine, che ridurrebbero all’osso eventuali maggioranze repubblicane rispetto alla figura del prossimo responsabile della Fed. Anche Kevin Cramer del South Dakota e i deputati Mike Lawler e French Hill hanno espresso delle critiche nei confronti della scelta dell’amministrazione, segnalando che, forse, la Federal Reserve è ancora off-limits, addirittura per Donald Trump.
