Il consiglio federale della Lega avrebbe dovuto concentrarsi sul tema della sicurezza, cavallo di battaglia identitario del Carroccio in queste settimane segnate dagli scontri di Torino. Ma l’ordine del giorno è stato travolto dalla notizia che circolava con insistenza: Roberto Vannacci aveva deciso di lasciare la Lega.

La parabola del generale

Nei giorni scorsi il generale aveva invitato i parlamentari a votare contro la risoluzione sull’Ucraina, in contrasto con la linea ufficiale del partito. Un gesto che aveva fatto traboccare il vaso, mentre già circolava la notizia del deposito del simbolo “Futuro Nazionale”. La parabola del “generale al contrario” dentro il Carroccio è stata breve ma intensa. Candidato come indipendente alle europee del 2024, Vannacci ottenne oltre mezzo milione di preferenze, risultando il secondo candidato più votato dopo Giorgia Meloni.

Un matrimonio impossibile

Il 6 aprile 2025 prese ufficialmente la tessera durante il congresso di Firenze, e poco più di un mese dopo fu nominato vicesegretario federale. Una mossa fortemente voluta da Salvini per blindare l’ala più sovranista e intercettare consensi a destra di Fratelli d’Italia. Ma la luna di miele si è rivelata un matrimonio impossibile. I governatori del Nord, Zaia, Fedriga e Fontana, avevano iniziato presto la loro battaglia contro il generale. L’ex governatore veneto aveva più volte chiesto a Salvini di intervenire, considerando Vannacci lontano dagli ideali originari della Lega. Una tensione mai sopita, che nelle ultime settimane si è acuita fino alla rottura.

Salvini indebolito

L’uscita di scena di Vannacci produce effetti contraddittori. Da un lato indebolisce Salvini, che lo aveva fortissimamente voluto fino a nominarlo vicesegretario, scommettendo su quel bacino di consenso che il generale portava in dote. Dall’altro, paradossalmente, potrebbe aiutarlo. Il segretario ha bisogno di recuperare trasversalità, sia nella coalizione di governo sia dentro il partito. Non è un mistero che ambisca al Viminale: “Se gli italiani ci risceglieranno nel 2027, sicuramente occuparmi di ordine pubblico, lotta alla mafia, spacciatori di droghe, trafficanti di esseri umani è qualcosa che ho fatto con discreti risultati e potrei tornare assolutamente a fare”, ha dichiarato recentemente. Ma per ottenerlo serve il placet di Meloni, che non farà regali a un alleato percepito come divisivo.

Il pacchetto sicurezza

È anche in questa prospettiva che va letto l’attivismo leghista sul pacchetto sicurezza, terreno su cui Salvini può dimostrare di essere ancora l’uomo giusto. Tra le norme considerate prioritarie dal Carroccio figurano il fermo preventivo delle persone ritenute sospette, lo sgombero di tutte le case occupate, il rafforzamento del taser e l’incremento dell’operazione “Strade sicure”, con il passaggio dagli attuali 6.100 militari a 10.000. Salvini propone un fermo preventivo fino a 24 ore e la cauzione per chi organizza i cortei, rivendicando norme “elaborate come Lega nei mesi passati”. C’è poi il fronte interno da presidiare. Le critiche di Zaia a Vannacci erano, in controluce, critiche a Salvini: mettevano in discussione la linea e le scelte del segretario. L’ex governatore del Veneto ha pubblicato un manifesto politico che suona come una sfida aperta: “La destra vincente è quella liberale”, ha scritto, sottolineando che “i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici”. Un posizionamento che punta a raddrizzare il timone del Carroccio considerato troppo spostato a destra. Zaia rappresenta un pericolo nella misura in cui ancora attende una collocazione di livello e contemporaneamente afferma di voler restare nella Lega. L’addio del generale potrebbe servire proprio a decomprimere quel fronte, togliendo all’ex governatore l’argomento più ingombrante per contestare – e magari contendere -la leadership. Salvini si ritrova così a dover gestire una partita complessa: trasformare una sconfitta apparente in un’opportunità, recuperando spazio di manovra per le sue ambizioni senza apparire indebolito. Il Carroccio è a un bivio, e il segretario può affrontarlo dopo essersi liberato dell’alleato più scomodo.