Veneto, Di Rubba candidato per il seggio di Stefani: “Porteremo le istanze del territorio dentro le istituzioni, la Lega è nata per difenderlo”

Alberto Di Rubba

Alberto Di Rubba, tesoriere nazionale della Lega, candidato per il centrodestra nel collegio uninominale di Rovigo per il seggio alla Camera lasciato libero da Stefani, sottolinea l’urgenza di un filo diretto con Roma: «Ho già portato segnalazioni precise. Il lavoro è iniziato prima del voto».

Togliamoci subito il pensiero. Lei bergamasco, candidato e Rovigo. Da un lato l’inevitabile polemica da sinistra, dall’altro comunque uno spirito identitario particolarmente forte in Veneto. Come risposta, basta la proposta politica?
«La risposta sta nei fatti. Capisco l’argomento identitario, ma la Lega è nata per difendere i territori, non per chiuderli. Io non arrivo da estraneo: arrivo come Tesoriere della Lega, con una presenza costante a Roma, e con la possibilità di portare le istanze del territorio dentro le istituzioni fin dal primo giorno. La sinistra prova a trasformarla in una polemica geografica. Io non sono abituato ad attaccare le persone. Alle parole preferisco i fatti e il lavoro. Trasformo questa candidatura in una questione di efficacia: sto ascoltando persone, imprese e moltissime realtà e se posso essere utile al territorio perché conosco i meccanismi romani e sono a Roma ogni settimana, questo è un valore aggiunto, non un limite».

Quello in cui si candida è un territorio molto sfruttato, ma al tempo stesso piuttosto dimenticato…
«Io direi che è un territorio strategico troppo spesso sottovalutato. È terra di agricoltura, pesca, manifattura, logistica. È un equilibrio delicato tra sviluppo e tutela ambientale. Non è un territorio marginale: è un territorio con enormi potenzialità. Per questo conoscere Roma e i meccanismi istituzionali è fondamentale per sbloccare infrastrutture, difendere il comparto ittico, affrontare con serietà il tema delle trivellazioni e garantire sicurezza nei centri urbani, dove l’attenzione va mantenuta alta, come già sta facendo il Governo. Il problema non è la mancanza di potenzialità. È riuscire a portare avanti con peso politico le istanze del territorio con il quale mi sto confrontando».

Quali sono le istanze specifiche che farà sue?
«In queste settimane ho incontrato associazioni di categoria, imprenditori, sindaci, amministratori locali. Le richieste sono chiare. Primo: infrastrutture e collegamenti. Strade, viabilità, connessioni logistiche fondamentali per le imprese e per lo sviluppo del territorio. Secondo: tutela delle filiere locali. Pesca, agricoltura, manifattura troppo spesso penalizzate da decisioni europee ideologiche che colpiscono il nostro tessuto produttivo. Terzo: sicurezza e qualità della vita. Mantenere alta la percezione di sicurezza è fondamentale. Interventi importanti sono già stati fatti e l’obiettivo è approvare il prima possibile i decreti sicurezza. Non sono promesse elettorali. Ho già portato a Roma segnalazioni precise. Il lavoro è iniziato prima del voto e proseguirà con incontri istituzionali importanti nelle prossime settimane».

Il Veneto esce da un’epoca – l’era Zaia – irripetibile e ora deve darsi un nuovo profilo politico. Che visione ha della regione?
«L’esperienza di Luca Zaia è stata straordinaria e ha segnato un’epoca. La forza amministrativa del Veneto nasce da lì: buon governo, concretezza, ascolto dei territori. E lo dimostra il grande risultato ottenuto alle ultime regionali. Oggi c’è una continuità chiara, ma allo stesso tempo la consapevolezza che la realtà pone nuove sfide. Parliamo di bisogni sempre più complessi, non solo economici ma anche sociali e psicologici. Parliamo degli effetti della rivoluzione demografica, che nei prossimi anni metterà sotto pressione il sistema produttivo e il welfare. Il Veneto dovrà affrontare una carenza significativa di lavoratori specializzati, e questo significa investire di più su formazione, attrattività e servizi. Per trattenere competenze e attrarre talenti servono politiche concrete: welfare territoriale, sostegno alle famiglie, strumenti che rendano il Veneto competitivo non solo per le imprese ma anche per chi ci vive. La Lega con Alberto Stefani interpreterà questa fase con lo stesso pragmatismo che ha caratterizzato gli anni passati: meno ideologia, più soluzioni. Continuità nel buon governo, ma capacità di innovare davanti alle trasformazioni che stanno arrivando».

Parlando più in generale, ovunque, c’è un tema forte di bisogno di rappresentanza diretta dei territori a Roma. È un tema storicamente leghista, ma oggi I partiti riescono ad essere corpo intermedio efficace?
«La Lega è nata proprio per colmare la distanza tra Roma e i territori. Oggi il rischio di scollamento esiste, ma si supera con una classe dirigente preparata, radicata e capace di ascoltare. Roma non deve essere vissuta come un palazzo distante, ma come uno strumento. È da qui che parte il mio lavoro: incontri quotidiani, istanze precise, risposte operative. La rappresentanza non è uno slogan. È presenza continua».

La campagna per le suppletive si sovrappone a quella per il referendum. Anche lei è stato toccato da una vicenda giudiziaria infinita…
«Ebbene sì, negli ultimi anni ho visto sulla mia pelle cosa significhi il processo mediatico, quello che definisco il “processo prima del processo”. Sono stato definito l’uomo più dossierato d’Italia, un sistema grave che oggi è sotto indagine con il caso Striano e Bellavia. La giustizia non è una vicenda personale: riguarda migliaia di cittadini che si trovano schiacciati tra tempi infiniti e gogna mediatica. Mi candido anche per questo. Perché voglio che si faccia piena luce su ciò che è accaduto e perché credo che il sistema abbia bisogno di equilibrio, garanzie e responsabilità».