Veneto e autonomia differenziata: un’impalcatura smontata

Il 22 ottobre 2017, 2.273.000 veneti si recarono alle urne per un referendum consultivo sull’autonomia differenziata. Il 98 per cento votò Sì. Era una giornata simbolica, scelta non a caso da Luca Zaia nella ricorrenza del plebiscito del 1866 che aveva sancito l’annessione delle province venete al Regno d’Italia. La data voleva essere un messaggio: 150 anni dopo, il Veneto tornava a esprimersi sul proprio destino istituzionale. Da quel giorno sono trascorsi oltre otto anni. E l’autonomia differenziata, pur essendo diventata legge dello Stato, resta una promessa incompiuta.

Il percorso istituzionale che seguì il referendum fu inizialmente rapido. Il 28 febbraio 2018 il presidente Zaia firmò con il sottosegretario Bressa un accordo preliminare, insieme ai colleghi di Lombardia ed Emilia-Romagna. Poi, come spesso accade nella politica italiana, subentrarono i cambi di governo, le crisi parlamentari, le emergenze sanitarie. Il dossier dell’autonomia finì in un cassetto, ripreso ciclicamente come bandiera elettorale e altrettanto regolarmente accantonato quando si trattava di tradurlo in norme operative.
La svolta arrivò con il governo Meloni e la determinazione del ministro Roberto Calderoli, che fece dell’autonomia differenziata la propria ragion d’essere politica. Il 19 giugno 2024 la Camera approvò definitivamente la legge 86, l’aula si divise tra bandiere regionali sventolate dalla Lega e tricolori agitati dall’opposizione al grido di “Spacca-Italia”. Zaia parlò di giornata storica.

Ma la storia, si sa, ha i suoi colpi di scena. Il 3 dicembre 2024 la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità di sette disposizioni fondamentali della legge Calderoli. I giudici non bocciarono il principio dell’autonomia differenziata, che resta saldamente ancorato alla Carta, ma ne smontarono l’impalcatura attuativa. La Consulta dichiarò inoltre inammissibile il referendum abrogativo promosso dalle opposizioni, giudicando il quesito privo di chiarezza. Nonostante queste censure, il governo ha deciso di proseguire. Il 18 febbraio 2026, in una riunione del Consiglio dei ministri sono stati approvati gli schemi di intesa preliminare su quattro materie classificate come “non LEP”. Calderoli ha definito il passaggio “un traguardo storico per il regionalismo”. L’intero iter potrebbe concludersi entro la fine del 2026. Potrebbe, appunto. Perché i nodi irrisolti restano considerevoli.

Il Veneto si trova nella posizione paradossale di apripista e ostaggio al tempo stesso. Apripista perché è stato il primo a chiedere l’autonomia, il primo a celebrare un referendum, il primo a presentare l’attività ricognitiva sulle materie. Ostaggio perché il destino della sua riforma più identitaria dipende da equilibri romani sui quali la politica regionale ha un’influenza limitata. Il vento chiama Roma, ma Roma risponde con i propri tempi e le proprie logiche. Quelle di un centralismo che concede a rate ciò che la Costituzione prevede da un quarto di secolo.