Veneto, i sindaci vanno in Regione e i Comuni restano scoperti. Gli elettori? Premiano chi conoscono

Le urne del 23-24 novembre non hanno scelto solo il nuovo governatore. Hanno anche innescato una reazione a catena che nei prossimi mesi costringerà decine di comuni veneti a riorganizzare le proprie giunte, e almeno sette a tornare al voto per eleggere un nuovo sindaco.

Veneto, i sindaci vanno in Regione e i Comuni restano scoperti

Il problema è l’incompatibilità tra cariche: chi viene eletto consigliere regionale non può restare primo cittadino. E così Albignasego, Monselice, Carmignano di Brenta, Ponte di Piave, Silea, Arzignano e Soave dovranno indire elezioni anticipate. Filippo Giacinti (Albignasego), tra i papabili per un assessorato regionale in quota Fratelli d’Italia, lascia una città di quasi 26mila abitanti nel Padovano. Paola Roma (Ponte di Piave) e Rossella Cendron (Silea), entrambe leghiste, abbandonano le rispettive fasce tricolori per trasferirsi a Palazzo Ferro Fini.

Ma l’effetto domino non si ferma ai sindaci. Le giunte delle grandi città sono state svuotate. A Venezia il sindaco Luigi Brugnaro perde in un colpo solo il vicesindaco Andrea Tomaello e l’assessore Laura Besio, entrambi eletti in Regione. La trattativa per i sostituti è già partita: per il ruolo di vice si fa il nome dell’assessore al commercio Sebastiano Costalonga. A Padova il sindaco Sergio Giordani deve trovare un nuovo vicesindaco dopo l’elezione di Andrea Micalizzi, mattatore delle preferenze nel centrosinistra padovano. A Treviso Mario Conte, presidente di Anci Veneto, perde pezzi della sua squadra. Stessa situazione a Preganziol e Montebelluna, dove il vicesindaco Claudio Borgia è stato eletto consigliere regionale.

Gli elettori? Premiano chi conoscono

C’è però una lettura politica che va oltre la conta dei rimpasti. Il successo elettorale di tanti amministratori locali — sindaci, vicesindaci, assessori comunali — dimostra che in Veneto la delega territoriale conta ancora moltissimo. Gli elettori premiano chi conoscono, chi ha governato da vicino le loro comunità, chi ha un radicamento concreto sul territorio. È un segnale che Alberto Stefani non potrà ignorare: c’è una regione che continua a coltivare delle sue dinamiche politiche che rispondono poco agli equilibri nazionali e molto alle istanze locali. Il tema dell’autonomia, cavallo di battaglia di quindici anni di era Zaia, non potrà più essere solo una prospettiva da agitare nei comizi o una trattativa infinita con Roma. Dovrà tradursi in risposte concrete a una classe dirigente locale che ha dimostrato di saper raccogliere consenso e che ora siede in Consiglio regionale con aspettative precise. Il Veneto dei sindaci ha mandato i suoi rappresentanti a Palazzo Ferro Fini. E chiederà conto delle promesse.