Veneto, le suppletive e Bovolenta: “Queste terre sembrano dimenticate. Voglio portare la voce del Polesine in Parlamento”

Giacomo Bovolenta, candidato del centrosinistra alle suppletive nel collegio uninominale di Rovigo, rivendica il diritto del territorio a rappresentarsi senza influenze della politica nazionale. «Queste terre sembrano cancellate dalle cartine geografiche di chi governa». Avvocato cassazionista di Porto Tolle, dieci di consiglio comunale alle spalle e la presidenza provinciale di Italia Viva. Già candidato alla Camera nel 2022 per il Terzo Polo, corre nel collegio Veneto 2-01 con il sostegno unitario di PD, Italia Viva, Alleanza Verdi e Sinistra, socialisti e realtà civiche.

Una candidatura che sembra lo specchio di quel campo larghissimo che aveva sostenuto Giovanni Manildo nella sfida per la presidenza. Tante anime politiche da rappresentare…
«Ma io affronto la candidatura con uno spirito di servizio verso il mio territorio, senza retorica. Sono nato qui, vivo qui, lavoro qui. Mi spendo perché mia figlia possa continuare a vivere in queste terre. Ho fatto dieci anni di consigliere comunale nel mio comune, sono presidente provinciale del mio partito, mi occupo di politica locale da tanto tempo. La mia candidatura nasce da questo: dalla volontà di portare la voce del Polesine e della bassa padovana a Roma, perché queste terre sembrano cancellate dalle cartine geografiche di chi governa. Lo dico con franchezza».

Quali sono le urgenze che porterebbe in Parlamento?
«Ce ne sono diverse, tutte molto concrete. La prima è il rinnovo delle autorizzazioni per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi, le cosiddette trivelle. È un tema fortissimo in questi giorni. Noi qui paghiamo ancora i danni della subsidenza causata dalle estrazioni di metano del passato, anche in termini economici. È una ferita aperta e consentire nuove estrazioni in queste zone è molto pericoloso. Poi c’è il tema della tutela ambientale in senso ampio: nel Polesine abbiamo il Delta del Po, patrimonio Unesco, un territorio in cui molte aziende hanno investito sul turismo. Eppure ci ritroviamo con richieste di insediamento di inceneritori di fanghi che sono assolutamente incompatibili con la vocazione di questa terra. E poi c’è il lavoro: va potenziata la Zona Logistica Semplificata, va affrontato lo spopolamento. Bisogna far sentire la voce di queste terre, che non devono essere considerate terre di conquista e che troppo spesso ci si ricorda che esistono solo al momento di raccogliere voti».

Queste sono criticità locali. Ma possono valere come paradigma più ampio?
«Assolutamente sì, e qui entra in gioco la ragione stessa per cui esistono i collegi uninominali. La legge elettorale ha previsto una quota di collegi uninominali proprio per dare voce ai territori: il parlamentare dell’uninominale è quello che deve portare le istanze locali a Roma. È la ratio della norma, per come la intendo io, e la trovo molto importante. Chi si candida in un collegio uninominale dovrebbe essere necessariamente una persona che in quel territorio ci vive, ci lavora, lo conosce, ha relazioni. È difficile che io possa rappresentare le istanze di una provincia lombarda, e vale il contrario. La questione del Polesine — conciliare sviluppo economico, identità del territorio e tutela ambientale — è un modello che dovrebbe interessare l’intero Paese».

Anche a livello regionale il Polesine si sente dimenticato?
«Un po’ sì, nonostante gli sforzi di alcuni rappresentanti. Ma serve un impegno maggiore, e su alcune questioni bisogna andare oltre la divisione tra destra e sinistra. Le trivelle, la messa in sicurezza del territorio, il futuro del Delta: sono tematiche su cui le istituzioni a tutti i livelli — comuni, provincia, Regione, Parlamento — devono dire chiaramente cosa vogliono fare. Chi ha a cuore il Polesine e il Veneto deve fare quadrato, collaborare oltre gli schieramenti tradizionali, perché ne va del futuro dell’intera area».

Ma il Veneto parla abbastanza con Roma?
«Dovrebbe parlare molto di più. Il Veneto deve tornare ad essere protagonista. Era la locomotiva d’Italia, oggi non so se possiamo dire la stessa cosa. Ultimamente questa regione è stata sacrificata dai partiti di governo, questa è la mia opinione. Dobbiamo impegnarci tutti affinché il Veneto torni a farsi sentire anche a livello nazionale».

E il centrosinistra veneto, non ha un esame di coscienza da fare?
«Direi che l’ha già avviato, e con risultati concreti. Attorno alla mia candidatura si è raccolto un centrosinistra unitario che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile: Italia Viva, PD, Alleanza Verdi e Sinistra, una componente socialista importante, tantissime forze civiche. È il terzo tempo di una presa di coscienza. Lo abbiamo visto con Manildo alle regionali, dove il risultato non è arrivato ma il messaggio era chiaro. Lo abbiamo visto alle provinciali di Rovigo con Elena Paolizi. Lo vediamo oggi a Venezia con la coalizione che si sta costruendo attorno a Martella. Il centrosinistra unito può fare la differenza anche in Veneto, ne sono convinto. Non solo nei comuni, ma anche a livello nazionale. Proprio per portare avanti le istanze di una regione che, dal Polesine in su, merita di essere ascoltata».

Se eletto, ci aspettiamo che il suo esordio in aula sia coerente con l’impegno che dichiara…
«Certo, come prima cosa chiederò di parlare in Aula del Delta del Po. È ora che Roma sappia che qui non siamo una cartolina, ma un territorio che chiede di esistere».