Leggere il voto regionale come un blocco monolitico significa non capirlo. Il 64% di Alberto Stefani racconta una vittoria netta del centrodestra, questo è innegabile, ma dietro quel numero si nascondono storie diverse, territori con vocazioni proprie, domande politiche che non si sovrappongono e che meritano di essere ascoltate singolarmente.
Il Veneto non è uno. È una regione plurale, dove ogni provincia esprime un’economia, una cultura, un modo di stare nel mondo che la distingue profondamente dalle altre. Treviso non è Vicenza, Padova non è Verona. E il voto, se letto con la necessaria attenzione, riflette con precisione queste differenze strutturali. C’è il Veneto manifatturiero del vicentino, dove Confindustria pesa quanto un partito e le imprese chiedono con urgenza politiche industriali all’altezza della sfida globale. C’è il Veneto universitario e innovativo di Padova, unico capoluogo insieme a Venezia dove il centrosinistra ha prevalso, segno evidente di un elettorato che ragiona con categorie diverse dal resto della regione. C’è il Veneto trevigiano, terra di Zaia ma anche laboratorio di sperimentazioni politiche inedite, capace di eleggere l’unico consigliere riformista della regione accanto al medico no-vax più votato d’Italia.
Ridurre tutto a un colore sulla mappa significa perdere la ricchezza di queste sfumature. Significa non vedere che dietro l’astensione record, con meno di un veneto su due alle urne, si celano malesseri territoriali specifici: la sanità che non funziona nelle aree interne, l’export che rallenta nei distretti industriali, i giovani che cercano altrove opportunità che qui faticano a trovare. La nuova legislatura regionale avrà senso solo se saprà ascoltare queste voci diverse, governando la complessità invece di omologarla. Il Veneto è forte quando le sue differenze dialogano. È debole quando si pretende di trattarlo come un territorio uniforme, cosa che non è mai stato e mai sarà.
