Venezuela-Iran: Maduro non c’è più. Così si sgretola l’asse del terrorismo

Iranian President Ebrahim Raisi, right, and his Venezuelan counterpart Nicolas Maduro shake hands at the conclusion of their joint news briefing at the Saadabad Palace in Tehran, Iran, Saturday, June 11, 2022. (AP Photo/Vahid Salemi)

La santa alleanza fra jihadismo e chavismo contro Usa e Israele si sta sgretolando. Quella che non pochi osservatori denunciano come una palese violazione del diritto internazionale sembrerebbe configurarsi come una delle operazioni più devastanti che gli Usa abbiano sferrato al cuore della Repubblica islamica iraniana. Non è un caso che la cattura di Maduro sia avvenuta il 3 gennaio, cioè nel giorno del sesto anniversario dell’uccisione di Qasem Soleimani, comandante delle forze Quds, l’unita d’élite dei guardiani della rivoluzione, colpito da un drone del Pentagono nei pressi dell’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020.

L’Iran è entrato nel 2026 affrontando la più micidiale convergenza di pressioni esterne e interne dalla fine della guerra Iran-Iraq nel 1988. La Repubblica Islamica è infatti sotto pressione da ogni lato e con la cattura di Maduro ha perso il suo alleato più prezioso in America Latina e sono andati in fumo i miliardi di dollaro che i guardiani della rivoluzione avevano investito in Venezuela nel corso degli ultimi vent’anni. La rimozione di Maduro indebolisce fortemente la posizione dell’Iran in Venezuela perché interrompe la radicazione dello sciismo nella Repubblica bolivariana e la radicazione di Hezbollah in Sud America e pone fine alla cooperazione Teheran-Caracas in materia di armi, droga e terrorismo, provocando onde d’urto oltre la regione, fino al Medio Oriente.

Il Venezuela aveva perso tecnicamente lo status di Paese sovrano dal chavismo in poi, diventando un narcostato. Maduro aveva usurpato la presidenza, perdendo ogni legittimazione a livello interno e, in parte, nella comunità internazionale. In realtà ad occupare il Venezuela, come afferma la leader dell’opposizione e premio Nobel Machado, sarebbe stata la Repubblica islamica iraniana, da circa vent’anni, penetrata con “Hezbollah Venezuela” in modo ramificato, nell’economia, nella finanza e nella società venezuelana. Il Venezuela è finito col diventare il Paese che ha i più stretti legami con l’Iran e che ha fornito rifugio sicuro a pasdaran ed Hezbollah. Uno spazio franco per criminali e un’area sovrana che forniva copertura e sostegno a reti terroristiche, mafiose e finanziarie globali. Caracas e Teheran avevano stabilito una relazione ventennale fondata su una visione comune tra la Repubblica bolivariana del Venezuela e la Repubblica Islamica dell’Iran, che aveva resistito fino ad oggi con i regimi di Maduro e di Khamenei, in una convergenza ibrida tra terrorismo, narcotraffico e strategia politica.

Fu proprio sotto la guida di Chávez che le relazioni tra Venezuela e Iran si intensificarono, soprattutto con la presidenza di Mahmud Ahmadinejad nel 2005. Teheran era impegnata in un massiccio investimento a Caracas, oscillante tra i 7 e i 10 miliardi di dollari. L’asse Teheran-Caracas si è cementato con la retorica antiamericana e col ruolo della diaspora sciita in America Latina, che ha assunto un peso economico notevolissimo. Sappiamo poi che, da circa quindici anni, i pasdaran hanno comprato intere aree di terreno nel Venezuela, gestite da Hezbollah e dai guardiani della rivoluzione. Il Partito di Dio libanese utilizza una vasta rete di facilitatori globali, in particolare nella regione sudamericana, per rendere possibili le sue attività in tutto il mondo.

Quanto a Hezbollah, la sua presenza in America Latina ha radici lontane e risale agli anni ’80. In quel periodo, l’organizzazione iniziò a spedire agenti nella regione sudamericana per usarla per la raccolta fondi, per il riciclaggio, il reclutamento, per l’addestramento e per altre attività collegate al terrorismo. Formalmente, l’organizzazione iniziò la sua vera e propria attività nel 1999 come progetto della comunità Wayuu, in una zona a nordovest di Maracaibo.

Il leader della nascente comunità Wayuu fu l’intellettuale Teodoro Rafael Darnott. Questo migrò in diversi Paesi dell’America Latina, nei primi anni 2000, alla ricerca di adepti per il Partito di Dio nelle comunità islamiche locali. Nel 2001 aderì al partito politico di Chávez, il “Movimiento Quinta Republica (MVR)”. Si trasferì poi in Columbia e, durante la sua permanenza a Bogotá, ebbe modo di interagire con l’Associazione islamica locale, principalmente composta da libanesi, palestinesi ed arabi. Come se non bastasse, negli ultimi 25 anni, l’isola turistica di Margarita, nel Mar dei Caraibi, divenne famosa per essere il principale paradiso fiscale oltre che centro di formazione e addestramento di Hezbollah nel territorio.

Il regime di Maduro ha dunque stabilito una cooperazione strutturale con l’organizzazione sciita libanese, trasformando il Paese in un hub criminale e logistico per traffici di cocaina, riciclaggio e documenti falsi. In Venezuela opera una radicata rete jihadista impegnata nell’arruolamento di combattenti ai quali vengono costruite nuove identità con nuovi passaporti. Caracas ha rappresentato uno snodo dell’asse dell’aggiramento delle sanzioni occidentali per Iran, Russia, Cina e Corea del Nord. Ed è per tutto questo che gli Usa denunciano un rischio diretto per la sicurezza mondiale.