“Per quanto detestabili possano essere i governi rovesciati, i precedenti dimostrano che i cambi di regime non conducono né alla democrazia né alla pace, ma al caos, alla guerra civile e alla dittatura. Basta fare riferimento alle situazioni in Iraq o in Libia”.

Nell’inevitabile cacofonia che ha fatto seguito alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, è utile ascoltare l’opinione di chi di regime change ne sa qualcosa. Nella fattispecie, quella di Dominique de Villepin, ex ministro degli Esteri d’Oltralpe nel 2003, quando la Francia (insieme fra gli altri alla Germania) fece una strenua opposizione agli Stati Uniti, prima che l’invasione dell’Iraq rimosse il regime di Saddam con il pretesto delle armi di distruzione di massa. La stessa Parigi fu poi capofila nel 2011 dei bombardamenti Nato in Libia, mascherati dalla necessità di proteggere la popolazione dalla guerra civile, e per questo avallati dall’Onu, ma palesemente motivati dalla volontà di rovesciare Gheddafi.

Nel caso del Venezuela, due postulati possono essere veri allo stesso tempo. Che il regime di Maduro fosse senza dubbio criminale e coinvolto nel narcotraffico e che questo non giustificasse e sia stato solo un pretesto per l’operazione “Absolute Resolve” degli Stati Uniti a Caracas. La questione più stringente posta da de Villepin riguarda però quanto succede dopo il regime change. Sia l’Iraq che la Libia, per non parlare dell’Afghanistan e ora anche la cosiddetta Fase 2 a Gaza, sono esempi di una cronica inadeguatezza con la quale l’Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare hanno gestito quanto accade dopo il rovesciamento di un regime. “Le malvagità della transizione”, le chiamava Keynes.

L’esperienza americana dell’inizio di questo secolo ha un termine preciso che ancora oggi risuona nei corridoi della diplomazia statunitense come una condanna senza appello: “debaathificazione”. Quando gli Stati Uniti pretesero di “esportare la democrazia” a Baghdad, lo fecero azzerando interamente la classe dirigente irachena (affiliata al partito Baath). Il risultato, in Iraq come in tutti gli altri teatri, è stato esattamente il caos, la guerra civile e la dittatura di cui parla de Villepin, culminato con il ritorno dei Talebani in Afghanistan nel 2021. È anche per questo motivo che nella conferenza stampa a Mar-a-Lago, Trump e i suoi ministri si sono affrettati a sostenere la vice di Maduro come reggente.

Un regime change con una forte componente di continuità per evitare l’incubo dell’anarchia. A parte questo, è plausibile che non ci sia un’idea precisa di come gestire la transizione in Venezuela nel medio e lungo termine. Ci sono gli istinti predatori di controllare il petrolio e i minerali venezuelani e di ristabilire il dominio statunitense sulle Americhe, così come preconizzato nella Strategia di sicurezza nazionale. Ci sono le ripercussioni in altri teatri e con altri predatori, la Russia in Ucraina e la Cina a Taiwan. Ma le sparate di un presidente che dice di aver risolto otto conflitti in undici mesi lasciano immaginare che fra qualche giorno il circo farà tappa da qualche altra parte. Magari in Groenlandia.

Se volessimo in questo contesto identificare un concetto per sentirci improvvisamente molto anziani, sarebbe R2P. Sta per “Responsibility to Protect”, la dottrina formulata all’inizio degli anni 2000, sulla scorta dei fallimenti della comunità internazionale in Rwanda, Somalia e nei Balcani. Approvata dalle Nazioni Unite nel 2005, prevedeva un intervento militare come ultima ratio contro uno Stato che perpetrasse crimini umanitari in larga scala. La “responsabilità di proteggere” ha avuto una vita brevissima e fu delegittimata quasi subito, a partire proprio dalla Libia. La responsabilità, evidentemente, non è mai stata la cifra dell’epoca che stiamo vivendo. Ma invece di ostentare sdegno o di rimanere alla finestra per paura di alienarsi Trump, dovremmo cominciare seriamente a calcolare il costo dell’irresponsabilità e dell’afasia.