Il claim «Meloni venga a riferire in Aula» probabilmente resterà negli annali della diciannovesima legislatura. Da legittima richiesta al governo di non sottrarsi al confronto parlamentare, si è via via trasformata in una sorta di rito celebrato dalle opposizioni per pubblicizzare il suo dissenso su ogni questione all’ordine del giorno. È quanto accaduto anche ieri sulle comunicazioni della premier alle Camere in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. Almeno in parte, perché questa volta la discussione solo in taluni interventi ha conservato i toni aspri e gli eccessi polemici del passato.
L’appello di Meloni a «ragionare insieme» e a superare le tradizionali divisioni è stato quindi accolto? Non direi. La guerra in Medio Oriente e in Ucraina, il rapporto con gli Stati Uniti di Trump, l’unità dell’Ue, la crisi del diritto internazionale, restano oggetto di valutazioni divergenti non solo tra maggioranza e minoranza, ma all’interno dei due schieramenti.
Va riconosciuto alla presidente del Consiglio di essersi posizionata con una certa abilità in questo ginepraio, vantando il buon rapporto con i principali leader europei e aderendo alla vecchia massima del «né aderire né sabotare» lo scontro con l’Iran di Usa e Israele. Tuttavia, minimizzare la rottura drammatica tra le due sponde dell’Atlantico non porta da nessuna parte. La perizia di uno statista – come di un nocchiere – si misura dal coraggio con cui guida la sua nave, seguendo la rotta giusta nelle acque più tempestose.
Anche Macron, Starmer e Merz forse si stanno rendendo conto che è ora di gettare il cuore oltre l’ostacolo. E che non basta tenere il punto sull’Ucraina, predestinata vittima sacrificale del patto non più occulto tra Washington e Mosca. Occorre rilanciare con determinazione una politica di sicurezza e di difesa europea perfino sfidando, se necessario, le opinioni pubbliche nazionali. E facendo capire che quella tra «burro o cannoni» è una falsa alternativa. Parafrasando Churchill, in questo passaggio storico si può scegliere la pancia piena e avere lo stesso la guerra (dei dazi o dei missili di Putin).
Concludendo il dibattito al Senato, Meloni ha detto: «Sono disponibile a un tavolo con le opposizioni a Palazzo Chigi. Aspettavo chiaramente di fare questo confronto in Aula, nella sede propria che è il Parlamento, ma da domani se voi siete disponibili io sono più che disponibile ad affrontare questa stagione confrontandomi con le opposizioni tutte le volte che sarà necessario, anche per le vie brevi». Solo parole, solo furbizia tattica? Chi vivrà vedrà.
Intanto, allora, potrebbe aprirsi un dialogo costruttivo con quelle forze riformiste -Italia Viva, Azione, +Europa – che hanno depositato a Palazzo Madama una risoluzione (sottoscritta anche da Pier Ferdinando Casini, Luigi Spagnolli e Pietro Patton) che chiede all’esecutivo di promuovere un deciso avanzamento del processo di integrazione dell’Unione verso un assetto realmente federale, che superi il meccanismo dell’unanimità in favore del principio maggioritario. Meloni è disponibile a cogliere questa buona causa?
