Venturini: “Fui arrestato, giudici e pm chiesero ad una coimputata di fare mio nome promettendole libertà. Era prassi. Votiamo Sì per una riforma di civiltà”

Parliamo del Sì al referendum giustizia, visto da sinistra, con Alfredo Venturini, referente nazionale del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì.

Lei è referente nazionale del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì. Da uomo di sinistra, da socialista: perché un uomo di sinistra decide di sposare la causa del Sì?

«Perché c’è una sinistra che ha perso la bussola, ha smarrito l’orientamento, ed è innaturale che proprio quella sinistra oggi si batta per il No. Noi rappresentiamo invece una sinistra coerente, garantista, libera e liberale. Riteniamo che questa battaglia sia fondamentale per lo Stato di diritto e per difendere soprattutto i più deboli, gli ultimi, coloro che sono esposti e danneggiati da un sistema che non offre loro reali tutele».

Quindi Lei sostiene che non bisogna cedere alla contrapposizione ideologica. Non è destra contro sinistra?

«Assolutamente no. Anche se è evidente che una sinistra radicale sta assumendo una posizione che definirei innaturale. Tanto più perché questa riforma porta il nome di un socialista, Giuliano Vassalli, ed è stata votata a suo tempo anche dall’allora PCI. E a proposito di socialisti e PCI: il nonno di Elly Schlein non era proprio il senatore Agostino Viviani, socialista? Lo ricordo bene, l’ho conosciuto. Era un grande giurista, un avvocato del popolo, tra i primi a battersi per garantire autonomia e indipendenza ai magistrati, ed è stato protagonista del codice Vassalli».

Viviani lasciò un testamento ideale molto chiaro. Sua nipote lo sta disattendendo?
«Molto probabilmente la speranza di Agostino Viviani era quella di assicurare ai giovani una giustizia diversa. Lo disse anche nella sua ultima intervista a Radio Radicale. È assurdo che sua nipote non ne tenga conto. E ancora più assurdo che si finga di ignorare la questione degli errori giudiziari: una disciplina del CSM che non deferisce chi sbaglia, un sistema che non garantisce sanzioni vere. La sinistra dovrebbe essere più attenta ai diritti dei più deboli. E invece non lo è. Gli errori giudiziari continuano, chi paga è lo Stato, quindi i cittadini, mentre i magistrati restano intoccabili».

È esistito anche un “caso Venturini”. Ce lo vuole raccontare?
«Non ho difficoltà a farlo. Ma aggiungo che ho trovato una soddisfazione: oggi, nel Comitato Vassalli, è con me il giudice che a suo tempo respinse la mia istanza di scarcerazione. Oggi lui combatte con noi per una riforma di civiltà giuridica. Nel mio caso fui arrestato nel 1992 per esigenze cautelari: rischio di inquinamento probatorio. L’inquinamento probatorio avvenne invece in carcere, quando PM e GIP interrogarono una coimputata promettendole che sarebbe tornata a casa se avesse fatto il mio nome. L’interrogatorio fu sospeso: il GIP le consigliò di confrontarsi con il suo avvocato. Quando riprese, lei disse: “Di Venturini non so nulla, ma se mi dite che devo fare il suo nome per tornare a casa, sono disponibile”. È tutto agli atti. Era la prassi di quegli anni, come accadde con Craxi e con molti altri».

L’ANM, che rappresenta il 90% dei magistrati, non rischia di diventare un partito?
«Io lo sostengo apertamente: ormai l’ANM è un partito. Il caso più clamoroso è l’appropriazione della sede della Corte di Cassazione per farne la sede del Comitato del No. E non è un episodio isolato».

È una prassi consolidata?
«Sì. Stamattina a Reggio Calabria alcuni avvocati mi hanno segnalato la presenza di cartelloni del Comitato del No dentro il Tribunale. Bisogna fare chiarezza anche sui finanziamenti: quanto spendono? Da dove arrivano i soldi? È inaccettabile che non si voglia rispondere a queste domande. E per inciso: parliamo della sede principale del Tribunale di Reggio Calabria, non di una sede secondaria. È l’arroganza di chi ritiene che i luoghi della giustizia appartengano all’ANM. È diventato un movimento politico che difende interessi corporativi».