Vicenza, l’università che non c’era creata insieme alle aziende. Dalla Rosa: “Le difficoltà? Trattenere i giovani nel territorio”

La Fondazione Studi Universitari è uno strumento degli enti fondatori – Comune, Camera di Commercio e Provincia di Vicenza – che negli ultimi trentacinque anni hanno costruito un polo universitario con due stelle polari. – illustra Otello Dalla Rosa, consigliere di amministrazione della Fondazione.

La prima è l’ingegneria.
«Abbiamo quattro corsi di laurea importanti, Meccatronica e Gestionale sono fiori all’occhiello, veri top nel panorama italiano, poi Innovazione del prodotto e Tecnologie per l’industria alimentare. Il polo ingegneristico, che raccoglie circa metà dei nostri quasi cinquemila studenti, è l’unico dipartimento dell’Università di Padova collocato fuori sede, ed è stato un vero motore di crescita che attira studenti da tutto il mondo. L’altra metà del cielo è l’economia, collegata all’Università di Verona, con filoni come l’economia internazionale, fondamentale per una provincia terza in Italia per export».

Qual è il rapporto tra università e tessuto produttivo?
«La fondazione fa da connettore tra università e territorio attraverso career day, seminari, iniziative di integrazione. E stimola contratti diretti tra imprese e atenei. Le dico un’esperienza personale: la mia azienda aveva valutato un progetto di ricerca con l’università, ci hanno risposto che erano saturi. Significa che l’integrazione funziona davvero».

Basta questo a trattenere i giovani sul territorio?
«Purtroppo no, per due ragioni. La prima è l’infrastruttura territoriale: trasporti pubblici e alloggi sono diventati questioni cruciali, sia per i costi che per la difficoltà di trovare casa. La seconda è la competizione tra atenei: se scendi alla stazione di Vicenza trovi la pubblicità del Politecnico di Milano che promette campus, residenze, servizi. Il tema del campus è oggi un asset fondamentale nella competizione universitaria».

Serve una visione regionale?
«Assolutamente. Le faccio due esempi concreti: abbiamo una mensa nuova con lavori finiti da mesi, ancora in attesa delle gare d’appalto. E un centinaio di alloggi per studenti chiusi da anni per danni sismici mai riparati. Bisognerebbe avere un master plan regionale su dove e come crescere. In provincia abbiamo il CUOA, che doveva essere la business school del Veneto: servirebbe sviluppare temi ormai all’ordine del giorno anche per le PMI, come intelligenza artificiale e robotica».

Cosa ha frenato finora la politica?
«Il Veneto ha un aspetto positivo che è anche il suo limite: tantissima iniziativa individuale, poca capacità di fare sistema e pianificare nel lungo termine. Ci siamo sempre rimboccati le maniche da soli, ma per fare uno step più importante bisogna mettersi insieme e lavorare su orizzonti lunghi. Questa è la maturazione che dovrebbe avere il sistema regionale: classe dirigente, impresa e politica insieme».