Giuseppe Visone, Pubblico ministero della DDA di Napoli in prima linea contro la criminalità organizzata, smonta con fermezza l’allarme sul presunto indebolimento delle indagini antimafia, definendolo un argomento più da campagna elettorale che da analisi concreta.
In che modo la riforma può incidere sull’efficacia delle indagini antimafia e sulla tutela dei magistrati più esposti?
«Ho ascoltato da più parti, anche da autorevoli colleghi, che la riforma andrebbe ad intaccare e ad indebolire il contrasto alle mafie. Questo assunto appare più un argomento da campagna elettorale, dai toni capziosamente catastrofistici, che il precipitato di un’analisi di merito sulle ricadute concrete dell’eventuale approvazione dei quesiti referendari. La nostra legislazione antimafia si fonda sulla normativa sui collaboratori di giustizia, sul doppio binario procedimentale e processuale, sul regime del 41bis ord. Pen. e sul contrasto all’accumulo dei patrimoni illeciti. Tali capisaldi non sono minimamente messi in discussione dalla riforma».
Quali sono i rischi di una magistratura che interviene nel dibattito referendario con una posizione ufficiale?
«L’Anm, nel costituire il proprio comitato del No, ha deciso di attribuirsi una legittimazione politica e di entrare a gamba tesa nella campagna referendaria. Tale scelta, per me incomprensibile e inaccettabile, rischia di minare l’immagine di terzietà e imparzialità dell’intera categoria, con ricadute in termini di credibilità e tenuta dell’intero sistema giustizia allo stato non preventivabili e non calcolabili. Non le nascondo di essere molto preoccupato per il clima che si respira in queste settimane: gli argomenti utilizzati, i toni scomposti e la conflittualità fuori controllo, a prescindere dal risultato, avranno ripercussioni non facilmente sanabili. Quanto alla separazione delle carriere, piaccia o non piaccia, rappresenta il naturale approdo e completamento della riforma Vassalli, dell’introduzione del giusto processo in Costituzione e – in parte – anche della legge Cartabia sui cambi funzione».
La riforma la convince anche come strumento per rendere più incisiva la risposta dello Stato su corruzione, appalti e infiltrazioni nei poteri locali?
«Ribadisco che la riforma costituzionale non si occupa di indagini e di contrasto alla criminalità organizzata. Piuttosto, me lo lasci dire, ho trovato discutibile la scelta dell’introduzione dell’interrogatorio preventivo nel caso di richiesta cautelare e la previsione del Gip collegiale. Tali istituti rendono inutilmente farraginoso il percorso valutativo e applicativo delle misure, e determinano ricadute complesse sull’organizzazione interna degli uffici di piccola e media dimensione. Mi auguro che sul punto ci possa essere un ripensamento».
Quali garanzie vede nel nuovo testo e quali correttivi indicherebbe al legislatore per evitare ogni rischio di compressione dell’autonomia?
«Io da operatore del diritto sono abituato a confrontarmi con i testi e con le previsioni normative, mentre le letture dietrologiche e complottiste le lascio ad altri. Il nuovo articolo 104 ribadisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, prevedendo soltanto una diversificazione tra la carriera giudicante e quella requirente. Quindi non vedo, modifiche alla mano, come sia possibile lanciarsi in simili anatemi».
Quali caratteristiche dovrebbe avere una buona legge elettorale per il Csm?
«Io credo che sia arrivato il momento di separare l’Anm e le sue correnti dal Csm. Per troppo tempo le scelte consiliari sono state pervase dalla logica dell’appartenenza piuttosto che dal merito. Non è un caso che siano esponenzialmente aumentate, negli ultimi anni, le pronunce di annullamento della giustizia amministrativa, la quale, a più riprese, ha stigmatizzato l’incapacità del medesimo Consiglio superiore di rispettare la normazione secondaria da esso stesso introdotta per disciplinare l’esercizio della propria discrezionalità. Io e altri abbiamo provato sia con proposte assembleari che con un referendum consultivo ad introdurre il tema del sorteggio temperato come possibile soluzione per la legge elettorale, ma il blocco storico che gestisce l’Anm ha fatto quadrato in difesa dello status quo ante».
Guardando alla sua esperienza di formatore alla Scuola superiore della magistratura e nelle università, che impatto prevede che questa riforma avrà sulla cultura delle nuove generazioni di magistrati?
«Io da sempre sostengo che il vero baluardo dell’autonomia e dell’indipendenza del Pubblico ministero sia rappresentato dalla sua professionalità e dalla sua autorevolezza. La miglior difesa dagli attacchi interni ed esterni è la propria competenza. Un magistrato capace e consapevole sarà sempre libero e orienterà le proprie scelte e decisioni esclusivamente al rispetto della legge. Io auspico un magistrato requirente sempre più capace di coniugare produttività ed efficacia dell’azione giudiziaria, dotato di competenze multidisciplinari e specialistiche in grado di far fronte alle costanti e repentine evoluzioni delle organizzazioni criminali, e abile a sfruttare e dominare le innovazioni portate dalla rivoluzione tecnologica».
