Nel poco letto e citato “L’ingenuo” di Voltaire il pensatore francese finge uno scontro di idee della giustizia che oggi suona di grande attualità. L’eroe dei tempi di Giustiniano, che anima la narrazione volterriana, è convinto che la «verità splende della sua stessa luce, e non si illuminano le menti con le fiamme dei roghi». Ma i cattivi consiglieri dell’imperatore – che Voltaire chiama perfidamente “apedeuti” e “linostoli” – a Costantinopoli emisero un editto contro quell’uomo valoroso, sostenendo invece il principio opposto: si «illuminano le menti solo con la fiamma dei roghi, e la verità non potrebbe splendere della propria luce». Uno scontro tra garantisti e giustizialisti che il genio d’Oltralpe già aveva ben presente.
Lo scritto mi è tornato alla mente, leggendo l’incredibile storia – onore al collega Luciano Capone che l’ha raccontata sul Foglio – dei due pubblici ministeri di Trani, condannati per violenza sui testimoni e dei quali uno ora fa il giudice, l’altro passerà in tempi brevi dalla carriera requirente a quella giudicante. Pur condannati in via definitiva per reati molto gravi, i responsabili non solo non sono stati radiati dall’ordine giudiziario (sorte toccata a Palamara), ma se la sono cavata con la semplice sospensione: la giustizia domestica del Csm li ha ritenuti ancora idonei e degni di continuare a fare i magistrati e anzi di andare a giudicare le persone.
«Vogliamo vedere voi che risposte ci date, e se quello che voi ci dite non converge lei se ne andrà in galera veloce», questo un brano degli interrogatori condotti dai due magistrati. E un altro che fa venire i brividi: «Noi prendiamo le carte che abbiamo qui e vi manderemo dritti in via Andria dove sta il supercarcere». La tortura e poi il rogo. Una confessione da estorcere che rievoca “L’uomo nuovo” di Aleksandr Solženicyn: «…anche lei deve capire che da qui dentro nessuno può uscire assolto… Pensi a sua figlia che è all’ultimo anno di università e verrà cacciata come elemento estraneo alla classe operaia. E magari verranno anche confiscate le sue proprietà, l’appartamento. Ciò che le propongo è per il suo bene».
Ecco, non siamo lontani dagli interrogatori descritti dallo scrittore dissidente russo, premio Nobel per la letteratura 1970, condannato in Urss a 11 anni tra campi di lavoro ed esilio, le cui opere per molti anni furono messe a bando, dall’intellighenzia comunista italiana. C’è un filo rosso, che trapassa le epoche e lega questi inquisitori, oltre la barriera del tempo. E che ci riporta al nostro presente. Ma come si può pensare di affidare ancora il giudizio disciplinare al perdonismo a prescindere del Consiglio superiore della magistratura? Come si può negare la necessità di dare vita all’Alta Corte di Giustizia prevista dalla riforma Nordio? Organo composto in maggioranza da magistrati, nove membri su 15, e da soli sei membri esterni, scelti tra docenti universitari e avvocati, di cui tre nominati dal Presidente della Repubblica e tre sorteggiati dal Parlamento: una soluzione equilibrata da cui non hanno davvero nulla da temere i pubblici ministeri e i giudici che svolgono le loro funzioni con serietà ed etica professionale. Perché deve continuare a pagare il cittadino?
