Von der Leyen vuole una Cia europea, l’ultima idea di Ursula tra incognite e sospetti

European Commission President Ursula von der Leyen, left, walks with European Union foreign policy chief Kaja Kallas as they arrive for the weekly College of Commissioners meeting at EU headquarters in Brussels, Belgium, Tuesday, Nov. 4, 2025. (AP Photo/Virginia Mayo)

Un’agenzia di intelligence messa allo scoperto da una fuga di notizie non è una buona agenzia di intelligence. Già questo dovrebbe far riflettere Ursula von der Leyen e indurla a ritirare l’idea di dotarsi di una “Cia europea” il prima possibile. Se non altro per evitare ulteriori sarcasmi.

All’indiscrezione del Financial Times ieri, tale per cui la Commissione Ue starebbe lavorando a una propria unità di sicurezza, sono seguite da un lato le inevitabili dichiarazioni di conferma da parte della stessa Commissione, dall’altro le critiche degli addetti ai lavori. «Stiamo lavorando alla costituzione di una piccola cellula di intelligence per rafforzare le proprie capacità di sicurezza», ha detto la portavoce Paula Pinho, precisando che l’agenzia avrà un ruolo chiave nella protezione di personalità ed edifici dell’istituzione.

Lasciate da parte le ironie sulle modalità di uscita della notizia, sono tante le perplessità che questa iniziativa può suscitare. L’Europa ha tutte le buone ragioni per sentirsi esposta a minacce geograficamente vicine. I droni sui cieli di Bruxelles, il disimpegno militare degli Usa, gli alert terrorismo, la cyberwar. D’altra parte, viene da chiedersi come possa convivere questa nuova unità al fianco del già operativo Centro di intelligence e situazione (Intcen). Von der Leyen punta ad avere il controllo diretto della sicurezza dell’Ue, svuotando il ruolo dell’Intcen che è di giurisdizione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, quindi Kaja Kallas?

«Creare un’agenzia comunitaria non è possibile. Per natura questi organismi devono avere un referente politico forte e coeso. Mentre l’Unione non lo è», osserva un nostro referente esperto di intelligence. «È un’azione molto discutibile e tendenzialmente pericolosa», aggiunge. È sufficiente sorvolare lo scenario istituzionale frammentato e conflittuale tra Bruxelles e Strasburgo per cogliere le difficoltà politiche di questa nascente unità. In Parlamento, la Commissione è il bersaglio delle mozioni di sfiducia. Mentre le riunioni del Consiglio Ue sono vittime dei veti posti dall’Ungheria e da altri Stati membri che antepongono l’interesse nazionale alla ragione comunitaria.

Dal lato operativo, viene da chiedersi quanto possa funzionare un’agenzia di intelligence i cui agenti dovrebbero essere forniti dai governi nazionali. Gli Stati membri Ue sono davvero disposti a rinunciare a un proprio asset di sicurezza per condividerlo con altri governi che, proprio sulla questione intelligence, sono spesso rivali? Senza contare che su suolo europeo opera anche la Nato. Ha anch’essa la sua unità di sicurezza.

Ma, anche ammesso che l’ostacolo humint venga superato, c’è un problema di sovranità tecnologica che per l’Ue resta un miraggio. Tra server, piattaforme web e IA, il nostro continente dipende in tutto e per tutto da un oligopolio di fornitori cinesi o americani. Soggetti privati, tutti più potenti di un qualsiasi governo europeo. Nazionale quanto comunitario. Al contrario, un’unità di intelligence Ue deve rientrare in un più ampio disegno di Difesa comune. «Un processo di progressiva condivisione e integrazione di informazioni e pratiche tra le agenzie nazionali», spiega ancora il nostro interlocutore. «Ma questo è il massimo che si può avere. Ed è effettivamente in discussione in alcuni tavoli internazionali riservati». Tuttavia, dalle indiscrezioni e dalle dichiarazioni della Commissione ieri non è emersa alcuna correlazione tra l’agenzia e altre iniziative. Readiness 2030, per intenderci.

Viene il dubbio quindi se tutto questo non si limiti a una mossa di potere personale. La linea accentratrice della presidente Ue è nota. La “Baronessa” – com’è apostrofata Ursula von der Leyen dai maligni – è sempre più arroccata nel suo austero appartamento di Palazzo Berlaymont. Al tempo la scelta era stata spiegata da ragioni di efficienza. Il format casa-bottega promosso alle più alte sfere. Oggi l’intenzione di circondarsi di “barbe finte” suona però paranoico.