Al-Sharaa arriverà alla Casa Bianca lunedì 10 novembre e sarà la prima visita di un presidente siriano a Washington dall’indipendenza del 1946. Ciò segna una rottura che ha anche un valore simbolico di decenni di politica statunitense in Medio Oriente e l’adozione di un approccio molto più pragmatico. Il Medio Oriente si sta rimodellando e nuove e più estese alleanze si stanno definendo, soprattutto dopo il 7 ottobre, che ha determinato l’amputazione delle ramificazioni di Teheran nella regione provocando la perdita di deterrenza della Repubblica islamica e il suo isolamento nel mondo musulmano. La Siria si unirà ufficialmente alla coalizione internazionale per combattere ciò che ancora resta dell’Isis e del terrorismo jihadista in generale.
Al-Sharaa aveva incontrato Trump a Riad il 14 maggio e successivamente a settembre, a New York, a margine dell’Assemblea generale, fu quella la prima partecipazione presidenziale al Palazzo di Vetro dal 1967. L’inviato speciale degli Stati Uniti in Siria, Tom Barrack, ha dichiarato che la prossima settimana il presidente siriano avrebbe formalizzato l’ingresso del suo Paese nell’alleanza di ottantotto Stati contro l’Isis guidata dal Pentagono. Lo storico incontro di Washington sarà una dimostrazione della straordinaria trasformazione di Sharaa da leader jihadista col turbante, che aveva come missione l’espulsione, se non l’uccisione, dei soldati americani presenti in Siria e in Iraq, in statista in giacca e cravatta che sta corteggiando i leader di tutto il mondo per legittimarsi nella veste di autoproclamato presidente della Siria e per ricevere il sostegno finanziario necessario per rimettere in piedi un intero paese devastato da tredici anni di sanguinosa guerra civile e lacerato da annosi conflitti etnici e religiosi.
In tutta la Siria l’esistenza di cellule dell’Isis dormienti continua a rappresentare una seria minaccia, mentre Sharaa non è ancora riuscito a stabilire il pieno controllo sul suo Paese dopo aver rovesciato il dittatore Bashar al-Assad lo scorso dicembre. Gli Stati Uniti collaborano da oltre un decennio con le forze anti Assad contro i jihadisti, condividendo informazioni sulla posizione dei principali leader dell’Isis e di al-Qaeda nella regione settentrionale di Idlib e nei dintorni. Ma non dimentichiamo che Sharaa era il leader di Hayat Tahrir al-Sham, uno dei più potenti gruppi islamisti radicali in Siria, che fino a poco tempo fa era designato come terroristico dai governi occidentali, compresi gli Stati Uniti.
Per molti versi, l’incontro tra Sharaa e Trump per unirsi ufficialmente alla coalizione globale contro l’ISIS è il culmine di anni di cambiamenti a cui abbiamo assistito in passato da parte di Sharaa e del suo gruppo. Combattono attivamente contro la Stato islamico sul campo di battaglia dal 2013. Quattordici anni di conflitto civile hanno lasciato la Siria in rovina. La Banca Mondiale ha dichiarato la scorsa settimana che la ricostruzione del Paese costerà circa 216 miliardi di dollari. Le sanzioni del Congresso adottate ai sensi del Caesar Syria Civilian Protection Act del 2020 – dal nome di un disertore del regime di Assad che ne aveva denunciato i crimini – continuano a scoraggiare le aziende straniere, comprese le ricche nazioni del Golfo desiderose di fornire il loro aiuto, dall’investire in Siria per paura di cadere nella rete delle sanzioni.
Washington è determinata a sostenere al-Sharaa perché ritiene che quanto più a lungo Damasco non riuscirà a mantenere le promesse di alleviare la povertà e di dare stabilità al Paese, tanto più grande sarà il rischio di una rinascita dello Stato islamico. L’amministrazione Trump sta facendo pressioni affinché il Congresso elimini le sanzioni rimanenti. Barrack è tra coloro che guidano questo sforzo. L’inviato ha affermato di sperare che l’atteso accordo sulla lotta allo Stato islamico, insieme ai progressi in un accordo di deconflittualità tra Israele e Siria e tra Siria e curdi delle SDF per la loro integrazione nel nuovo esercito siriano, contribuiscano a convincere il Congresso a revocare completamente le sanzioni Caesar.
Nel frattempo, sembrano essere stati compiuti “molti progressi” negli accordi di sicurezza basati sull’armistizio del 1974 con Israele. L’obiettivo è far sì che Israele si ritiri sulle posizioni che occupava prima dell’8 dicembre 2024. Le forze israeliane hanno attraversato le linee del cessate il fuoco del 1974 dopo la caduta del regime di Assad, entrando nella zona cuscinetto istituita dalle Nazioni Unite a Quneitra e stabilendo posizioni sul Monte Hermon. Da allora hanno condotto attacchi aerei intermittenti contro obiettivi militari siriani, mosse che, a loro dire, mirano a proteggere lo Stato ebraico da potenziali attacchi da parte dei resti del regime di Assad e dei loro alleati sostenuti dall’Iran.
Una grave escalation si è verificata a luglio, quando le forze israeliane hanno attaccato le truppe siriane nel governatorato di Suwayda per proteggere la popolazione drusa della zona. L’intervento israeliano, che si è esteso a Damasco, dove è stata colpita la sede del Ministero della Difesa, è avvenuto dopo uno scontro tra tribù beduine e forze governative e drusi. Più di mille persone, principalmente civili drusi, sono rimaste vittime di un massacro, affermano gruppi per i diritti umani e osservatori indipendenti.
