Importa qualcosa che siano israeliani i farmaci che stanno curando i ragazzi ustionati a Crans-Montana? Non dovrebbe importare nulla. Ma diventa importante pensando alla campagna di ostracismo, boicottaggio e discriminazione organizzata dalle università italiane nei confronti di docenti, ricercatori, imprese e istituti universitari israeliani responsabili di essere israeliani, un altro modo per dire ebrei.
Sapere che quei farmaci vengono da Israele diventa importante ricordando che era un farmacologo il professore cacciato dall’Università di Pavia perché aveva “confessato” di aver appartenuto alle forze di difesa dello Stato ebraico. Sapere che a curare quei ragazzi ustionati sono farmaci usciti dai satanici lombi israeliani diventa importante se si ricorda, ancora, che era un medico il rettore piemontese orgoglioso di aver fatto stilare liste di proscrizione delle aziende israeliane. Perché, per soprammercato, c’erano parecchi “scienziati” di quei settori (medici, appunto, e poi biologi, chimici, eccetera) al vertice dei senati accademici e dei dipartimenti universitari che allontanavano i professori israeliani, interrompevano i rapporti con le università ebraiche, mettevano all’indice le aziende e i centri di ricerca israeliani.
Quei professori, quei senatori accademici, quei rettori potrebbero utilmente raccontare a quei ragazzi ustionati, e ai loro genitori, quanto sia deplorevole ricevere cure e lenimenti tramite l’uso di farmaci che inammissibilmente sentono di genocidio, di apartheid, di pulizia etnica. E ora – adunati in una comune, dolorosa meditazione – dovrebbero manifestare sconforto perché le loro iniziative di boicottaggio, la risoluzione dei contratti di cui hanno menato vanto davanti alla teppaglia studentesca che ne istigava le deliberazioni, la ghettizzazione dei docenti ebrei e, insomma, tutto il loro impegno discriminatorio è stato drammaticamente incapace di impedire ai farmaci israeliani di venire in contatto con la pelle di quei ragazzi.
Se soltanto altri loro colleghi li avessero imitati, se solo il complesso del mondo accademico e universitario si fosse uniformato alle loro gloriose lotte contro la contaminazione israelitica, sarebbe stato possibile spiegare a quei ragazzi, e ai loro genitori, che la loro sofferenza e quelle ustioni non curate servivano alla causa palestinese.
