Cosa c’entra Israele con i ragazzi di Crans-Montana? La bromelina, un preparato enzimatico sviluppato in Israele e oggi utilizzato nei centri ustioni più avanzati del mondo, si basa su un enzima capace di rimuovere selettivamente i tessuti necrotici senza intaccare quelli sani. In pratica, elimina ciò che il corpo non può più recuperare e preserva ciò che può guarire. Il risultato è un trattamento che riduce la necessità di interventi chirurgici, limita il rischio di infezioni e accelera la riparazione cutanea, rendendo più rapido e meno traumatico e penoso il percorso di cura.

Il farmaco è prodotto da un’azienda israeliana specializzata in biotecnologie per la medicina d’urgenza. E non è un caso che Israele sia tra i Paesi più avanzati al mondo nel trattamento delle ustioni. Non per un favore del destino, ma per una realtà durissima: decenni di attentati, incendi dolosi ed emergenze civili hanno costretto il sistema sanitario a sviluppare competenze e tecnologie che altrove non si sono mai rese necessarie. È l’innovazione nata dalla necessità, quella che nessuno vorrebbe, ma che finisce per salvare vite in ogni angolo del pianeta, che urla ma poi si tace davanti al bisogno.

Questa stessa innovazione è arrivata fino ai ragazzi feriti nella tragedia di Crans-Montana, dove un’esplosione improvvisa ha trasformato una festa in un dramma collettivo. Tra i team accorsi, anche una squadra ZAKA, l’organizzazione israeliana specializzata in interventi in scenari estremi. La loro presenza ha ricordato quanto la cooperazione internazionale sia indispensabile quando il dolore supera i confini, e la priorità diventa una sola: salvare chi può essere salvato. Sono gli stessi che il 7 ottobre 2023 hanno visto l’inferno e che, in giro per il mondo, come volontari, aiutano a ricostruire e riconoscere i corpi più straziati.

Eppure, fino a ieri, c’era chi denigrava ZAKA e invocava il boicottaggio dei farmaci israeliani. Una posizione che oggi suona surreale, se si pensa al valore aggiunto di quelle speciali persone e che proprio quei prodotti – sviluppati con rigore scientifico e testati in condizioni reali di emergenza – stanno contribuendo a curare giovani europei. Lo scandalo del boicottaggio contro Teva è ancora un esempio emblematico: campagne ideologiche che hanno messo a rischio l’accesso a medicinali essenziali, per pura propaganda. La scienza che esce dai suoi confini naturali calpestando il Giuramento di Ippocrate.

La vicenda di Crans-Montana ricorda di fatto che la scienza non ha passaporto e che la sofferenza non conosce geopolitica. Quando un farmaco funziona, funziona. Quando salva vite, salva vite. E quando un Paese investe oltre ogni altro, come Israele, in ricerca, tecnologia e formazione, il mondo intero ne beneficia.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: può esistere un “antisionismo farmacologico”, o un antisemitismo talmente cieco da arrivare a privare i malati delle cure migliori? La sola idea dovrebbe far rabbrividire. Perché rinunciare all’innovazione israeliana – che si tratti di bromelina o di tecnologie d’emergenza – non rende il mondo più giusto. Lo rende semplicemente più povero di soluzioni. E allora la domanda finale resta aperta: siamo davvero avvantaggiati a rinunciare a ciò che può curare, proteggere e migliorare la vita di tutti? Davanti ai ragazzi che oggi vengono trattati nel loro atroce dolore, la risposta appare fin troppo chiara.

Federica Iaria

Autore