I mercati non reagiscono
A Davos si è capito che qualcosa è cambiato
Donald Trump, almeno per ora, non invaderà la Groenlandia. Non perché abbia improvvisamente scoperto il valore del multilateralismo, ma perché ha registrato e temuto una reazione negativa dei mercati e un pericoloso deflusso di investimenti dagli Stati Uniti. Fin qui, nulla di sorprendente. La vera notizia è un’altra: quella reazione non si sarebbe prodotta se l’Europa non avesse tenuto la schiena dritta. Le due cose si tengono insieme. I mercati non reagiscono nel vuoto. Rispondono a segnali politici credibili e a rapporti di forza leggibili. Se l’Europa avesse continuato a balbettare e a cercare compromessi preventivi, l’ipotesi di un’azione americana sulla Groenlandia sarebbe stata prezzata come un fatto quasi inevitabile. E invece, a Davos si è capito che qualcosa è cambiato.
A cambiare non è stata “l’Europa” in senso astratto, né le istituzioni comunitarie, ma chi oggi guida concretamente il Continente: la Coalizione dei Volenterosi. Un gruppo ristretto di Paesi e leader che ha scelto una linea adulta: difendere gli interessi europei, anche quando questo significa alzare la tensione. Questo non ha spaventato o rassicurato i mercati: li ha resi consapevoli che un’azione unilaterale Usa avrebbe trovato non solo resistenze diplomatiche, ma una risposta politica strutturata, con costi reali. In questo senso, l’invio di contingenti militari europei in Groenlandia, per quanto limitati nei numeri, è stato un segnale più rilevante di molte dichiarazioni. Non per la capacità operativa in sé, ma per ciò che rappresentano: la disponibilità europea a mettere sul tavolo strumenti concreti e irreversibili. È questo il linguaggio che Trump comprende (e che ad esempio il governatore della California Newsom ha spronato i leader europei ad adottare).
Trump ha sempre avuto un rapporto istintivo con i mercati. Quando tremano, lui ascolta. Ma perché i mercati abbiano tremato, qualcuno ha dovuto rendere credibile l’idea che l’Europa non sarebbe rimasta spettatrice. Da qui, una lezione. Se vogliamo evitare di vivere in perenne modalità difensiva, dobbiamo diventare indipendenti. Non autarchici, non ostili, ma capaci di stare in piedi da soli. Indipendenti sul piano energetico, industriale, tecnologico e – soprattutto – strategico. Il torpore degli ultimi trent’anni, l’illusione che il mondo sarebbe rimasto benigno e regolato, è finita. A Davos il premier canadese Carney lo ha detto come meglio non si potrebbe.
In questo quadro, colpiscono per contrasto due cose. Uno, l’infantilismo geopolitico mostrato in questi giorni dal Parlamento europeo, con il voto favorevole al rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea dell’accordo commerciale tra Ue e Mercosur. Una scelta miope: la sindrome francese dell’idraulico polacco di venti anni fa è diventata sindrome dell’allevatore argentino. Due, l’atteggiamento del governo italiano. L’Italia si è presentata ancora una volta come mosca cocchiera, autoproclamandosi “ponte” atlantico. Una postura inutile: i pontieri non servono quando il problema non è il dialogo, ma il rispetto. Vince chi siede al tavolo con una linea chiara e la capacità di dire no. Tutto il resto è fuffa.
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