“Prima vittoria” è un film del 1965 diretto da Otto Preminger con John Wayne e Kirk Douglas nel ruolo di due ufficiali della Marina statunitense con l’arduo compito di ottenere una vittoria che freni le ambizioni giapponesi e soprattutto rianimi gli Stati Uniti dopo il disastro di Pearl Harbor a qualunque prezzo. Come tante altre pellicole, oggi dovrebbe essere proiettata ovunque si parli di politica internazionale connessa al ruolo degli Stati Uniti. Si tratta di un film che ci dona una visione disincantata della società americana, senza scadere in quelle prospettive pessimistiche talvolta messe in scena da un cinema revisionista e ideologico.

Il cinema è la prima fonte, molto più dei dotti saggi della università americane, per ricostruire quello spirito americano e quelle sfumature che caratterizzano le tante sfaccettature di una realtà complessa. È una fonte inesauribile di dettagli, soprattutto su quel piano psicologico che spiega o dovrebbe spesso spiegare alcuni eventi che ci appaiono come incomprensibili. Perché se la storia ci ha insegnato qualcosa è l’importanza determinante del “fattore psicologico”. Da intendere non solo come una proiezione di politica interna, ma anche come una proiezione di politica estera.

“Borgen” è una serie tv danese, amata dai “nerd” della politica e dagli appassionati più in generale, e racconta oltre alla politica interna anche quella estera, soprattutto nell’ultima stagione, in relazione alla Groenlandia e alle pressioni internazionali di cui oggi parliamo. Questo vuol dire che il tema non è stato inventato dal Presidente degli Stati Uniti. Ora però il mondo è cambiato. Il tempo oggi è un bene di lusso per ogni nazione, e gli Usa non possono che mantenere un ritmo serrato per assicurarsi un vantaggio sui propri competitor globali.

Aspettare non è nell’indole del presidente americano, che ieri ha annunciato l’intenzione di imporre dazi a chiunque non sosterrà il piano degli States per la Groenlandia. Con Donald Trump, fare pressione per ottenere risultati non è solo una tattica ma è divenuta una vera strategia. Strategia che fino ad ora ha ottenuto i suoi risultati, con eccezione della politica sui dazi, di cui il Venezuela è il caso più emblematico.

E sulla Groenlandia? Sulla Groenlandia ha fatto centro e anche la Danimarca può brindare. Washington voleva che l’isola fosse protetta e ha obbligato i Paesi europei a portare contingenti sull’isola. La Danimarca voleva impedire che l’isola sagittasse sulla via dell’indipendentismo e ci è riuscita. Indipendentismo scongiurato e regno pacificato con la ex colonia placata e glorificata persino nell’araldica reale. Quanto a Cina e Russia, forse troveranno sull’isola più Nato di quanto avessero immaginato. Danimarca e alleati europei, se saranno lungimiranti, avranno il controllo del passaggio a nord ovest.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.