Il ruolo dell'Alleanza
Groenlandia, Giorgia Meloni punta sulla Nato. La sicurezza passa dall’articolo 4
Non ci si illuda naturalmente che Giorgia Meloni abbia mutuato da queste pagine (nel numero dello scorso 7 gennaio) la convinzione che la Nato fosse la sede più giusta cui far approdare la questione Groenlandia. Lo ha detto ieri in conferenza stampa di inizio anno, scartando altre sedi di confronto o altre iniziative volte a incanalare in direzioni accettabili le ancora poco chiare apprensioni statunitensi per la propria sicurezza ed i propri interessi. La presidente Meloni ha già segnato un punto a suo favore, un punto pesante, laddove ha incardinato all’articolo 5 del Trattato Atlantico le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ottenendo sulla sua visione una condivisione piuttosto ampia. Ora si tratta di mettere mano all’articolo 4, cioè a quello che consentirà nella pratica di dar forma e corpo ai suoi auspici, e di aprire un dibattito tra alleati, una consultazione che la Nato prevede ogni qualvolta un Paese membro nutra preoccupazioni per la sua sicurezza o per quella della comunità intera.
Per inciso, ha destato non poche perplessità lo scarso ricorso fatto finora alla facoltà concessa dalla Nato di sedere a un tavolo e discutere delle ansie, delle paure e delle preoccupazioni che continuano ad attanagliare gli alleati; ad occhio e croce, negli ultimi quattro anni la sola Polonia e i Paesi baltici hanno richiesto l’applicazione dell’articolo 4 per questioni tutto sommato minori, come la violazione dei loro spazi aerei da parte di droni e velivoli sconosciuti. Quando invece, vista la situazione, il Consiglio dovrebbe sedere in forma permanente, visto il pericolo immanente e perdurante nell’area di interesse. Evidentemente ci troviamo – tutti – in una fase di prudenza, di precauzione, di ritrosia dura a morire a sostituire con il dibattito, il recepimento passivo della linea statunitense, unico scenario finora osservato in ambito Comitato Atlantico e che andrà gradualmente archiviato, magari facendo contemporaneamente fronte agli impegni assunti e regolarmente disattesi.
Tornando alla Groenlandia, sotto il profilo pratico, la strada andrà aperta dalla Danimarca o da qualunque altro Paese membro, con la richiesta di convocazione del Consiglio, magari a livello ambasciatori, come di norma accade in questi casi. E se le preoccupazioni statunitensi dovessero risultare fondate, la parola passerebbe ai tecnici, a successive iniziative nei fori di pianificazione della Nato. Il Comitato Militare e l’International Military Staff si attiverebbero per una verifica accurata della situazione nell’area, attraverso gli strumenti a disposizione, l’Intelligence, i propri alti comandi competenti, restituendo poi al Consiglio una valutazione completa, corredata dagli eventuali provvedimenti da attivare. Questo è ciò che la Nato prevede, questa è per tutti la migliore garanzia che non ci troviamo in presenza di astuzie o scaltrezze che nulla hanno a che fare con la sicurezza collettiva. Inoltre, i rappresentanti statunitensi nell’Alleanza non potrebbero non uscire allo scoperto nel confronto con gli alleati, facendo così comprendere a tutti quali siano i loro veri crucci e – per differenza – quali gli interessi meno nobili.
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