La Groenlandia apre un caso geostrategico inedito. Usa contro Europa, NATO contro NATO. Venerdì ne ha parlato Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Stati Uniti avviino un’azione militare per assumere il controllo della Groenlandia, azione che chiaramente non condividerei».

Un nome centrale dell’apparato militare atlantico, il comandante supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), il generale statunitense Alexus G. Grynkewich, ha escluso che la NATO sia in crisi a causa delle mire del presidente Donald Trump sulla Groenlandia, pur senza escludere l’uso della forza. Da Helsinki, Grynkewich ha ribadito che l’Alleanza è pronta a difendere «ogni centimetro di territorio alleato»: «Stiamo cercando di scoraggiare qualsiasi azione contro il territorio della NATO. Credo che ci stiamo riuscendo. Al momento siamo ben lontani dall’essere in crisi».

Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation, legge tuttavia il caso Groenlandia come un vero “cigno nero” nei rapporti transatlantici: per la prima volta dal 1949 si adombra un confronto diretto tra Stati Uniti e un alleato dell’Alleanza Atlantica, la Danimarca. La svolta impressa da Donald Trump segna una discontinuità nei metodi e nei toni e sottopone la NATO a un duro stress test. Il rischio maggiore oggi non è una rottura formale, ma l’erosione progressiva della fiducia. L’unica risposta credibile passa da prevenzione, sangue freddo e dalla costruzione concreta di un pilastro europeo nella NATO.

Stati Uniti contro un alleato NATO sulla Groenlandia: siamo davvero al “cigno nero”?
«C’erano segnali di crisi nel rapporto transatlantico, ma questo appare davvero un cigno nero. Dobbiamo metterci a “thinking the unthinkable”. Sono parole, e se ne dicono tante, ma è la prima volta dal 1949 che una simile ipotesi viene adombrata contro un fedelissimo alleato».

Questo shock arriva davvero all’improvviso?
«La crisi dei rapporti transatlantici non è di ieri. Va avanti da molto tempo. Io la farei risalire almeno al 2006, con la grande crisi economica americana, seguita dallo strappo del 2014 a Euromaidan, quando la mediazione franco‑tedesco‑polacca fu silurata in modo ibrido».

Che cosa cambia con Trump?
«Cose che prima venivano gestite in modo più urbano oggi sono impostate in maniera spiccia. C’è continuità su diversi temi, ma la discontinuità di forme e metodi rappresenta un vero pressure test per la coesione euro‑atlantica. Se si mantiene il sangue freddo, si può superare anche questa fase».

La crisi del 2022 ha rafforzato o indebolito la NATO?
«All’inizio ha rinsaldato l’Alleanza, poi l’ha progressivamente logorata. Con Trump è emersa una domanda esplicita: perché noi americani dovremmo pagare per l’Ucraina? Se fosse solo una questione di risorse, si sarebbe risolta con il 5 per cento del rapporto difesa/PIL promesso al vertice di Washington da quasi tutti gli alleati».

La Groenlandia è coperta dall’articolo 5 del Trattato Atlantico?
«È territorio danese ed è pienamente coperta dalle garanzie NATO. Basti ricordare che nel 1949 il Trattato copriva anche i dipartimenti francesi d’Algeria».

L’autonomia strategica europea è realistica?
«Non si proclama, si costruisce. E possibilmente nel massimo silenzio».

Qual è il rischio principale oggi per l’Alleanza?
«Un’erosione lenta e costante della fiducia tra alleati, più che una rottura formale. È compito di tutti invertire questa tendenza. È difficile, ma realisticamente possibile».

Come si evita l’escalation?
«Pensando prima, facendo prevenzione e preparandosi seriamente, sviluppando un concreto pilastro europeo all’interno della NATO».

Che lezione lascia questa crisi?
«Che l’impensabile va sempre pensato prima che accada. Ci sono Paesi che si sono preparati al ritorno di Trump. Noi europei, e in parte gli stessi americani, no».

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.