C’è un’area che a Milano pesa molto nel sociale e poco nella rappresentanza. È il mondo cattolico progressista: egemone nel volontariato e nel Terzo Settore, minoritario e frammentato nei palazzi della politica. Una condizione che dura da oltre trent’anni e che interroga tanto la Chiesa ambrosiana quanto le forze del centrosinistra, alla vigilia di una stagione elettorale decisiva.
«I cattolici sono minoritari in ciascuna delle compagini presenti nella politica milanese e sono distribuiti in tutto l’arco costituzionale, mentre invece sono egemoni nel mondo del sociale, soprattutto in materia di solidarietà», osserva Paolo Petracca, già presidente delle Acli milanesi e oggi consigliere comunale. Una fotografia che Fabio Pizzul, presidente della Fondazione Ambrosianeum, conferma da un’altra angolatura: «Il mondo cattolico viene guardato con grande attenzione dalla politica, soprattutto per la sua capacità di essere presente nella vita quotidiana delle persone e di offrire risposte alle situazioni di crisi che la città propone». Attenzione, dunque, ma non sempre coinvolgimento. La sensazione diffusa è quella di un interesse strumentale, che riconosce ai cattolici un ruolo nella sussidiarietà ma fatica a tradurlo in rappresentanza politica. «La rappresentanza risulta problematica per una diffidenza abbastanza diffusa nei confronti di una classe politica che dà talvolta l’impressione di atteggiamenti strumentali», ammette Pizzul. Petracca è più netto: «I cattolici si sentono poco rappresentati, anche in virtù della loro frammentazione, che da oltre trent’anni è ormai un dato di fatto a mio avviso irreversibile».
Eppure qualcosa si muove. Nell’anno giubilare, esperienze concrete hanno dimostrato che una voce comune è possibile, almeno su alcuni temi. Pizzul racconta il percorso dei “cattolici ambrosiani”, un gruppo di esponenti politici di diversi partiti che, su iniziativa di docenti universitari e intellettuali cattolici, ha lavorato sulla realtà carceraria milanese: «Non senza qualche fatica per la diversa collocazione politica dei partecipanti, il gruppo è riuscito ad attuare un confronto costruttivo, sfociato in una mozione bipartisan approvata praticamente all’unanimità in Consiglio Comunale». Petracca conferma questa dinamica trasversale, citando due iniziative nate dopo le Settimane Sociali di Trieste del 2024: «All’indomani della morte di Papa Francesco abbiamo proposto un testo che impegnava alla fraternità in politica come stile che non annulla le differenze ma parte sempre dal rispetto reciproco. In prossimità del Giubileo dei carcerati abbiamo votato un ordine del giorno sulla dignità nella post-detenzione». Fatti minimi, riconosce, «lontani dall’attenzione mediatica», ma che indicano una strada: «Convergere sulle idee, sulla profezia del messaggio evangelico e su un modo di fare politica che privilegia il dialogo può essere per i cattolici il profilo da acquisire per incidere nei prossimi anni».
La visione è quella di un ritorno alla dimensione comunitaria, contro l’individualismo che corrode la democrazia. Petracca evoca Sturzo e La Pira, Giovanni Bianchi e il “nuovo municipalismo”, la sfida lanciata a Trieste di «tornare a una società del Noi, superando quella imperniata sull’Io». E indica nel “metodo Milano” – la cooperazione tra soggetti sociali, politici, economici avviata con Pisapia – il modello da rivitalizzare: «Costituisce il vero motore di sviluppo della città e forse l’unica strada perché il ceto medio riflessivo impoverito si possa riconoscere». Non un partito, dunque, ma un metodo. Non l’unità organizzativa, ma la convergenza sui contenuti. Frammentati nei partiti, ma capaci – quando vogliono – di parlare con una voce sola. «Non mancano riferimenti affidabili», assicura Pizzul. Il seme c’è. Resta da vedere chi lo coltiva.
