Addio a Dario Antiseri, il ricordo di Ocone tra Popper e liberalismo: “Un grande e originale pensatore, amava lo scontro intellettuale”

Corrado Ocone, filosofo liberale, docente alla Luiss, allievo e collaboratore di Dario Antiseri, è tra i più attenti interpreti del liberalismo italiano contemporaneo. Con lui ripercorriamo figura, metodo e lascito umano del maestro scomparso ieri a 86 anni, dopo aver portato in Italia, non senza difficoltà, il pensiero di Karl Popper. «Era un grande e originale pensatore, un infaticabile organizzatore di cultura, uno spirito anticonformista», dice subito. Poi aggiunge ciò che più gli preme: «Ma era anche un uomo appassionato, capace di suscitare energie nei suoi allievi e collaboratori». La lezione che lascia, insiste, è prima di tutto una lezione di cultura e di umanità.

Lo conobbe alla fine degli anni Novanta, alla Luiss. Nessuna richiesta di credenziali, nessun rito di iniziazione accademica. «Si aprì con me come faceva con tutti», ricorda Ocone. Per Antiseri la distinzione non passava tra scuole o appartenenze, ma tra chi aveva voglia e capacità di apprendere e chi no. Il dialogo tra diversi era il suo credo. Un credo che lo rendeva liberale anche in filosofia. «Era convinto che la verità non fosse un dato ma un processo», spiega Ocone. Non qualcosa che è, ma qualcosa che si fa, soprattutto nel confronto leale tra persone e posizioni differenti. È qui, forse, la cifra più profonda del suo insegnamento.

Ocone sorride quando si tocca il tema del liberalismo. «È una parola passpartout, buona per accreditarsi in società», ammette con una punta di ironia. In Antiseri, però, il liberalismo era vissuto, incarnato. Non un’etichetta, ma un modo di essere e di fare. Il suo merito storico, ricorda, fu quello di aver combattuto per portare in Italia classici come Popper e Hayek, in un contesto culturale largamente segnato dal marxismo, che li aveva ostracizzati o ignorati. Introdurre la cultura dell’individualismo metodologico e della scuola austriaca significò rompere equilibri consolidati, anche tra molti liberali italiani di formazione crociana o einaudiana.

«Io stesso venivo da quella tradizione», confessa Ocone. E riconosce che la vicinanza ad Antiseri – con il quale ha scritto anche un libro sui liberali italiani – lo ha aiutato a smussare certi schematismi laicisti, come il maestro li definiva con garbato sfottò. Antiseri, del resto, era anche un grande cattolico, pienamente inserito nella linea dei cattolici liberali che da Rosmini e Gioberti arriva fino a Einaudi e oltre. Una sintesi non sempre facile, ma in lui naturale.

La sua forza, prosegue Ocone, stava nella capacità di essere fermo, persino intransigente sulle proprie posizioni, senza mai scivolare nella delegittimazione dell’altro. «Amava lo scontro intellettuale», racconta. Ma uno scontro leale, da cui si usciva arricchiti entrambi. Per questo poteva considerare amici anche intellettuali lontani dalle sue idee. I veri nemici, per lui, erano la malafede e l’ipocrisia, non la diversità di opinione.

C’è una distinzione che Ocone riprende come fosse un testamento morale: quella tra fedeltà e lealtà. «La fedeltà è cosa da cani», diceva Antiseri con rispetto per i quadrupedi. La lealtà, invece, è virtù umana, virtù di uomini liberi. In questa frase, conclude Ocone, c’è forse l’essenza del suo liberalismo: non appartenenza cieca, ma confronto aperto; non obbedienza, ma responsabilità. E in tempi di delegittimazioni reciproche, è la virtù che più ci manca.