L'ultimo saluto all'ex vicesindaco di Napoli
Addio a Santangelo, il notaio Falconio: “Con il suo gesto ha risposto alla domanda del film ‘La grazia’ di Sorrentino. Processo va vissuto come luogo di accertamento non come pena”
Chiesa gremita per l’ultimo saluto a Sabatino Santangelo, notaio ed ex vicesindaco di Napoli, che si è tolto la vita a 89 anni all’alba di lunedì scorso. Grande commozione ai funerali celebrati da don Giuseppe Cipolloni, il parroco della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, dove accanto ai familiari erano presenti esponenti della politica e delle istituzioni, a partire dal sindaco Gaetano Manfredi all’ex primo cittadino e governatore Antonio Bassolino che ha ricordato “Tino”, sottolineando la “sofferenza” per un calvario giudiziario durato quasi 20 anni. Bassolino, visibilmente emozionato, ha ricordato le ultime conversazioni con l’ex vicesindaco, ripercorrendo una vicenda giudiziaria che ha segnato “uomo di Stato, uomo di legge che alle istituzioni ha dedicato gran parte della propria vita”.
Tra i presenti anche il notaio Dino Falconio, “devoto discepolo” di Santangelo che in un commovente discorso ha ripercorso “il filo rosso di Tino”, facendo riferimento agli originali degli atti notarili che un tempo si cucivano a mano. “Filo rosso con cui ha cucito la vita sua e le vite di coloro che lo conobbero e amarono”. Emblematico l’ultimo passaggio del suo intervento: “Non volle che fossero le Parche a tagliare l’ultimo filo rosso e il ciuffo sbarazzino appena appena imbiancato. Volle deciderlo lui. Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio gridò al mondo la sua dignità come insegnava Emanuele Kant: la legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me”.
Notaio Falconio, che esempio è stato Santangelo?
«Gli devo tutto, sono entrato nel suo studio a 22 anni e per tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di essere suoi praticanti l’insegnamento più importante che abbiamo ricevuto è stato quello etico, ovvero essere innanzitutto persone corrette. Con lui abbiamo avuto una guida scientifica e giuridica di livello superiore, il meglio che c’era in Italia in quegli anni».
Come ha cambiato il mondo notarile?
«Trasformando il notaio in un vero giurista d’impresa e di prossimità alle famiglie. È stato difatti il fondatore del notariato moderno e dal suo studio sono usciti tanti notai che rappresentano oggi la classe dirigente della categoria in tutta Italia».
Come lo racconterebbe ai giovani d’oggi?
«A coloro che hanno un desiderio di occuparsi della cosa pubblica direi che Santangelo è stato un vero professionista intellettuale che ha messo a disposizione la sua cultura e la sua preparazione tecnica a beneficio della collettività e al di sopra di ogni interesse personale».
Cosa pensa invece della lunga vicenda giudiziaria che l’ha visto coinvolto?
«Una vicenda paradossale che non si inserisce nel solco dell’articolo 27 della Costituzione che deve orientare la lettura anche dei processi».
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva…
«C’è il tema del ragionevole dubbio. Già il fatto di avere ricevuto due assoluzioni determina che non si è superato ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza di una persona. Non è civile che in 17 anni non si arrivi ad una conclusione».
“Niente impugnazione contro le sentenze di assoluzione” ha più volte sottolineato il ministro Nordio anche se su quest’aspetto ci sono dubbi di molti giuristi che ricordano l’articolo 111 della Costituzione, quello del ricorso in Cassazione.
«Il sistema è complesso perché poi coinvolti profili costituzionali però forse non sarebbe tutta una bestemmia quella di porre dei limiti al ricorso per Cassazione. Per esempio quando ci siano state addirittura, come in questo caso, due sentenze di assoluzione nei gradi precedenti».
Dopo la morte di Santangelo, ci sono state polemiche politiche e accuse di speculazione in vista del referendum.
«Guardi io posso dire che con il gesto che ha compiuto, Santangelo ha dato una risposta alla domanda ritornante nell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia. L’interrogativo ritornante è “di chi sono i nostri giorni?”. Santangelo ha dato la sua risposta a questa domanda per cui tutte le speculazioni che sono state fatte sono fuori bersaglio, non hanno una ragione specifica di fatto. Poi vorrei aggiungere una cosa… ».
Prego.
«Dobbiamo ancora compiere come Paese un percorso di incivilimento nel comprendere che il processo va vissuto come un luogo di accertamento dei fatti e non come pena come invece viene considerato nella nostra cultura, diciamo popolare. Saremo veramente un Paese più civile quando lo stigma che porta dietro il processo sarà superato».
Un lavoro che riguarda anche noi giornalisti e soprattutto il mondo della politica. Secondo lei un primo passo quale potrebbe essere?
«Il primo passo è trovare degli strumenti operativi di equilibrio tra l’efficienza e la garanzia nel processo. Questo comporta anche che la risposta alla domanda di giustizia sia tempestiva. E questo ovviamente può avvenire anche con maggiori investimenti per il pianeta giustizia».
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