- 35 giorni al voto
Agitazione per il referendum sulla magistratura? Quello sul divorzio fu meno esasperato
A cinque settimane dal voto, il referendum appare tra i più agitati della storia repubblicana. Più turbolento perfino di quello sul divorzio del 1974, celebrato negli anni di piombo e concluso con la vittoria del No al 59,3%. Allora, lo scontro tra mondo cattolico e laico fu durissimo, ma non si raggiunse il livello di esasperazione odierno. Eppure il tema è delicatissimo: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm con sorteggio dei componenti e istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
Sarebbe stato auspicabile un confronto sobrio; al contrario, assistiamo a un crescendo rossiniano di dichiarazioni aspre, spesso sopra le righe. Paradossalmente, i protagonisti più combattivi sono proprio alcuni magistrati, sostenuti da un milieu di intellettuali le cui interpretazioni della riforma appaiono talvolta forzate. C’è chi sostiene che il Sì indebolirebbe la lotta alla mafia; chi arriva, assurdamente, ad affermare che negli anni Ottanta, con norme simili, non si sarebbero scoperti scandali come la P2; altri la definiscono incostituzionale.
Sul versante politico, non mancano caricature: si paventa la nascita di un “super Pubblico ministero”, metà Perry Mason e metà Ispettore Callaghan. C’è persino chi invoca l’autorità morale di Giuliano Vassalli per negare la legittimità della riforma. In questo clima, Gratteri è tra i più presenti e tranchant. Ha sostenuto che, se vincesse il Sì, solo ricchi e potenti avrebbero giustizia; e che per il No voterebbero le persone perbene, mentre per il Sì indagati, imputati e centri di potere. Dichiarazioni che rivelano una lettura fortemente dicotomica dello scontro. Ma lo stesso schema manicheo si ritrova anche in chi etichetta come “fascisti” i sostenitori del Sì.
Il risultato è un dibattito polarizzato che rischia di oscurare il merito della riforma. Eppure la questione è antica: già nel 1941 la relazione del Guardasigilli fascista, Dino Grandi, metteva in guardia contro una separazione rigida delle carriere, temendo “compartimenti stagni nell’ordine giudiziario”. Segno che il nodo non nasce oggi, ma attraversa la storia istituzionale italiana.
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