Lo diciamo chiaramente: a noi i grandi eventi piacciono. Ci piacciono le Fashion Week che portano il mondo in via Montenapoleone e i Giochi che trasformano Rho in una pista olimpica. Ci piace il Salone del Mobile che invade mezza città e la Prima della Scala che ogni 7 dicembre fa di Milano una stella. Non abbiamo nulla da spartire con gli apologeti della decrescita felice, né con il conservatorismo borghese che dei grandi eventi teme il rumore. I grandi eventi portano visione, sviluppo, crescita. Ne vorremmo di più, e sempre più grandi.

Milano ha questo nel suo codice genetico: l’apertura al mondo, la curiosità per le idee, l’istinto di trasformare ogni occasione in un’impresa collettiva. È una città che non ha mai avuto paura del nuovo — e che proprio nella capacità di accogliere, organizzare e rilanciare ha trovato la sua identità più autentica. Ma proprio perché ci piacciono, vorremmo di più. Vorremmo che i grandi eventi non restassero confinati nei soliti quadranti — il Quadrilatero, Tortona, Porta Nuova — mentre a due fermate di metropolitana ci sono quartieri dove la rigenerazione urbana fatica a prendere respiro. Vorremmo che l’indotto, la visibilità, l’energia che ogni settimana tematica genera non evaporassero al confine della cerchia dei Navigli ma arrivino al Giambellino, a Quarto Oggiaro, dove le infrastrutture ci sono ma il catalizzatore manca.

E immaginiamo qualcosa di più ancora: che Milano, attraverso i grandi eventi, impari a sentirsi davvero metropoli. Che consideri Assago, Rho, Sesto San Giovanni, Monza e altri centri non come hinterland ma come pezzi irrinunciabili di un organismo unico. Che la prossima grande “week” nasca qualche fermata più in là. Non per generosità, ma per intelligenza. Perché una città che sa organizzare meravigliose Olimpiadi e quarantott’ore dopo inaugurare una Fashion Week sfavillante può certamente immaginare un futuro in cui i grandi eventi facciano crescere non pezzi di sé, ma tutto il proprio territorio.